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Il
territorio, che in epoca romana vedrà sorgere la città portuale
di Centumcellae, sin dalla preistoria, è stato frequentato
dall'uomo attratto dalle abbondanti risorse naturali offerte dal
mare e dal retroterra ricco di boschi, di acque sorgive, di fauna
e di minerali. Strumenti di selce attestano presenze almeno dal
Paleolitico medio, ma abitati stabili sono documentati dal
Neolitico, circa seimila anni or sono, e progressivamente
crescenti di numero nelle età del bronzo medio, recente e finale
(1500-1000 a.c.).
Nell'età del ferro si assiste ad una diffusione d’abitati
capannicoli sulla fascia costiera e nei siti ove sorgeranno le
città etrusche d’epoca storica, testimoniate a nord e a sud
rispettivamente nell'area di Torre Valdaliga e alla Castellina del
Marangone. All’epoca etrusca è pure da farsi risalire un
abitato, che in epoca romana prenderà nome di Acquae Tauri, sito
nei pressi delle sorgenti della Ficoncella, ove sin da tempi
remoti, devono essere state sfruttate le proprietà curative di
queste acque, che sarà assorbito dallo sviluppo di Centumcellae.
Tutto ciò induce a considerare come molto probabile che nell'area
stessa della nostra città qualche presenza umana o qualche
abitato abbia preceduto la città voluta da Traiano, anche perché
la costa con le sue naturali rientranze rocciose, può avere
facilitato l'impianto di qualche nucleo umano attratto dalla
felice posizione sul pescoso mare.
Storicamente la città ha origine per volontà di Marco Ulpio
Traiano. Di famiglia aristocratica discendente, dai primi coloni
romani impiantati da Scipione Africano, nasce in Spagna il 18
settembre del 53(?).
Adottato dall'imperatore Nerva, perché gli riconosceva notevoli
doti personali, alla morte di costui nel gennaio del 98, sale al
trono. Uomo di grandi virtù, di immensa saggezza, tollerante,
nato più per essere militare e per l'azione rapida e decisa,
mostra il suo sangue iberico amando, di tanto in tanto,
circondarsi del fasto e della grandiosità. Tra il 101 e il 102 è
presente nelle operazioni belliche nella zona danubiana e il 1
gennaio del 103 torna a Roma e assume il titolo di “Dacicus”.
Nel 105 dà inizio alla seconda guerra dacia, che si conclude nel
106, quando torna a Roma con l'enorme bottino di cinque milioni di
libbre d'oro, più del doppio di argento, suppellettili, armi e
cinquantamila prigionieri.
Sono le ricche prede conquistate in queste operazioni belliche che
gli permettono di erigere grandi opere pubbliche.
Dal 102 al 112 durano i lavori per dotare Ostia del bacino
esagonale, scavato artificialmente per supplire alle carenze
portuali della capitale, specie dopo il rovinoso fortunale che nel
62 distrugge duecento navi nel porto di Claudio, già minacciato
dall'interramento. E' in questo fervore di opere che, per
facilitare con un altro approdo sicuro il piano annonario a favore
di Roma, nasce il disegno del porto di Centumcellae che
verosimilmente è affidato al suo architetto preferito, Apollodoro
di Damasco.
Il nome di Centumcellae, ignorato dalle fonti più antiche, appare
per la prima volta in una lettera con la quale Plinio Secondo, tra
la fine del 106 e gli inizi del 107, informa il suo amico
Corneliano di essere stato convocato dall'Imperatore per il "Consilium
principis", presso la sua villa nel luogo il cui nome è
Centum Cellae.
In questa lettera, Plinio descrive all'amico i grandi lavori in
corso per la costruzione del porto e precisa che il braccio
sinistro è già munito di solide opere, che il destro è in
avanzata fase di costruzione e che sulla bocca già si eleva
l'isola frangiflutti.
Si può pensare perciò che l'inizio dei lavori possa essere
retrodatato al 103, anno cioè del ritorno di Traiano dalla prima
guerra dacica. Plinio scrive che il porto avrà il nome del suo
autore, ma in realtà esso prenderà il nome della bellissima
villa imperiale, circondata da verdissimi terreni e prossima al
mare dalla quale Plinio osserva i lavori in corso per il porto.
Sul significato del nome Centum Cellae, per lungo tempo è stata
formulata l’ipotesi di un preciso riferimento al gran numero di
piccoli bacini o insenature naturali che costellavano questo
tratto di mare, o alle cento stanze della Villa imperiale.
Sappiamo che con il vocabolo "centum" si deve intendere
un numero grande ancorché indeterminato. Attualmente l'ipotesi più
accreditata è quella del riferimento al gran numero di stanze
della Villa imperiale, della quale pure è in discussione
l’ubicazione.
Da tutto ciò pare giusto fissare il natale di Centumcellae al 107
d.C. e ipotizzare la fine dei lavori attorno al 110.
Attorno al porto si sviluppa la città secondo i canoni
urbanistici classici con il "cardo massimo", la via
principale da nord a sud, corrispondente all'attuale Corso Marconi.
Il rinvenimento nei pressi di Largo Cavour di un mattone bollato,
datato al 133 e d’importanti strutture murarie nel sottosuolo di
Piazza Vittorio Emanuele, testimoniano interventi edificatori al
tempo di Adriano, succeduto a Traiano nel 117. Tra la fine del II
secolo e gli inizi del III, ai tempi di Settimio Severo, notevoli
interventi avvengono nel corpo di fabbrica traianeo, compreso tra
il basolato del "cardo" e la banchina portuale. La città
cresce come naturale integrazione del disegno portuale e ben
presto deve essersi dotata di un’organizzazione commerciale e
strutture amministrative civili e militari. Alcune epigrafi
sepolcrali esposte nel Museo Nazionale, rinvenute nel 1864 durante
la costruzione del reclusorio, documentano la presenza di
quadriremi, triremi e biremi appartenenti al distaccamento della
flotta di Ravenna e di Miseno, databili al II e al III secolo.
Tra il 249 e il 250 in Centumcellae sarebbero stati giustiziati
Secondiano, Marcelliano e Veriano, personaggi della corte
imperiale, che si erano rifiutati di abiurare il loro Dio e fare
offerte agli dei romani. Nello stesso periodo vi è esiliato Papa
Cornelio (251-253), che qui sarebbe stato poi condannato e
decapitato. Il Cristianesimo giunge assai precocemente a
Centumcellae se già nel 314 troviamo menzione di un vescovo,
Epitteto I.
Nell’originario ordinamento ecclesiastico erano create sedi
vescovili le città aventi qualifica di municipio, ciò prova
l'importanza raggiunta dal porto e si deve supporre, con molta
verosimiglianza, che la città sia stata elevata a municipio prima
del 314.
Nell'anno 355 un vescovo di Centumcellae, di nome Epitteto II,
avrebbe sostenuto l’elezione dell'antipapa Felice.
Tra il 361 e il 363, sotto la restaurazione pagana di Giuliano
l'Apostata, è esiliato e muore ad Acquae Tauri, abitato ancora
vitale ma certamente in fase di decadenza, Flaviano, l'ultimo dei
martiri di cui si abbia notizia in Centumcellae.
Nel 410 mentre Roma è devastata dai Visigoti di Alarico,
probabilmente la città non subisce danni, come parrebbe
confermare la descrizione serena che, nel 416 Rutilio Namaziano,
nel suo viaggio da Ostia per raggiungere la patria Gallia, giunto
al cospetto di Centumcellae, fa del porto con le navi tranquille e
sceso a terra, raggiunge le Terme Taurine e ne decanta le virtù.
Le notizie che sono giunte a noi sono sempre più legate alla
Cristianità.
Nel 487 si ha notizia del vescovo Pascasio, nel 499 e nel 501 del
vescovo Molense, e nel 531 del vescovo Caroso.
Nel 534 Centumcellae resta coinvolta nella guerra tra l'Imperatore
Giustiniano e gli Ostrogoti, che ne entrano in possesso. Nel 538
questi la abbandonano e vi entra una guarnigione imperiale.
Procopio, che narra gli avvenimenti, ci dice Centumcellae, città
grande e popolosa, fortificata e dominante il mare.
Nel 549 Totila, re degli Ostrogoti, penetra a Roma poi pone
assedio a Centumcellae, difesa da Diogene che era stato posto a
difesa di Roma dal comandante delle truppe imperiali Belisario e
che da Roma si era rifugiato nella nostra città.
Centumcellae resiste ma alfine tra il 551 e il 552, dopo una
tregua, è riconsegnata agli Ostrogoti, che la tengono fino al
553, quando sono definitivamente sconfitti dall'esercito
bizantino.
Tra il 558 e il 560, il vescovo di nome Lorenzo riceve una lettera
da Papa Pelagio I (556-561), in cui gli si comunica che i soldati
di stanza a Centumcellae avevano ottenuto per la loro assistenza
spirituale un prete, un diacono e un suddiacono.
Un vescovo di nome Domenico è elencato tra i partecipanti ai
concili romani del 595 e del 601.
Di un "conte" (comites) di Centumcellae di nome Teofanio
abbiamo notizia in una "omelia" di Papa Gregorio Magno,
il che attesta che a seguito della riorganizzazione statale,
voluta da Giustiniano, anche la nostra città se ne avvantaggia:
si noti che il "conte" non è solo autorità militare ma
anche in taluni casi governatore municipale.
Di un vescovo di nome Martino, si ha notizia nel 649, poiché
partecipa agli atti del Concilio Lateranensi, convocato da Papa
Martino I.
Centumcellae si troverà ben presto coinvolta tra l'incalzare dei
Longobardi e le lotte tra Impero e Chiesa. Nel 740 il Papa
Gregorio III ordina che le mura della città, ormai dirute, siano
ricostruite dalle fondamenta. Questo fatto attesta che l'autorità
del papa si era ormai estesa anche politicamente nel territorio di
Centumcellae, in armonia con l'incipiente potere temporale della
Chiesa. Nel 749 il re longobardo Astolfo invia truppe al comando
del duca Grimaldo, per impadronirsi della città, ma l’impresa
non sarebbe giunta a compimento come parrebbe attestare Paolo
Diacono nella sua “Storia dei Longobardi”. Nel 769 si ha
menzione di un vescovo di nome Stefano, e tra il 776 e il 778 il
Papa Adriano I comunica a Carlo Magno, che nel porto di
Centumcellae sono state condotte e bruciate navi piratesche. Il
pericolo dei pirati (Musulmani, Saraceni e genti del Levante) si
va facendo sempre più grave e Carlo Magno ordina di raccogliere
una flotta da tutti i porti d'Italia, per la difesa delle coste e
cita espressamente Centumcellae.
I Saraceni investono la città tra la fine dell'813 e gli inizi
dell'814, che tuttavia ancora per poco sopravvive alle ripetute
scorrerie piratesche, giacché tra l'817 e l'824, anni del
pontificato di Pasquale I, costui fa doni alla chiesa di S.
Pietro.
Non mancano testimonianze di ulteriori devastazioni saracene al
tempo di Papa Gregorio IV (827-844).
Papa Sergio II (844-847), dopo gli assalti saraceni sotto le mura
di Roma, chiama in aiuto Guido, duca di Spoleto; i Saraceni sono
messi in fuga e tentano un rovinoso imbarco nel nostro porto, che
evidentemente era sotto il loro controllo e abbandonata dai suoi
abitanti tanto è vero che il nuovo pontefice, Leone IV, nell'anno
854 per dare a costoro asilo, fonda nell'entroterra una nuova città
che secondo il biografo del Papa avrebbe dovuto chiamarsi, in
onore del fondatore, Leopoli, ma che in realtà negli atti
ufficiali perpetuò il nome di Centumcellae, mutato
progressivamente in Centumcelle, Centocelle e infine Cencelle.
Nell'854 dunque la Centumcellae romana più non da segni di vita e
cade in abbandono rovinoso. Tuttavia in questo periodo, compaiono
vescovi di Centumcellae, segno che nei disegni della Chiesa,
l’antica Diocesi deve restare viva e vitale trasferita nella
città fondata da Leone IV. Quando i Saraceni abbiano abbandonato
le rovine della città marinara e abbiano permesso una prima pur
timida ripresa del controllo da parte di Roma di questi lidi non
è dato di sapere, ma nel 1072 un documento dell'Abbazia di Farfa
squarcia il velo dell'oblio, che era caduto sul sito della città
marinara, e per la prima volta, attestando la vita che riprende
sulle sue rovine, compare il nome di Civita Veccla. Si tratta di
un atto con il quale il Conte Sassone conferma la volontà del
padre Conte Rainerio di donare all’Abbazia metà del territorio
e del porto di Civita Veccla. Nel 1084 l'Imperatore Enrico IV
conferma tale possedimento.
Nonostante lo stato di abbandono del porto, la vicinanza lo
rendeva assai utile a chi doveva raggiungere o partire da Roma.
Nel 1133 il Papa Innocenzo II ottiene aiuti da Genovesi e Pisani
per rientrare in possesso di Civita Vetula, che ha preferito
schierarsi per l’antipapa Anacleto, sostenuto da Francesi e
Germani.
Nello stesso tempo, Innocenzo II dona il castro di Civita Vetula a
Pietro Latro, come pegno di una somma avuta in prestito. Dunque in
questo momento il "castro" di Civita Vetula è ben
impiantato sulle rovine del porto romano, nel braccio proteso tra
la darsena e il bacino portuale, in posizione perciò difesa dal
mare su tre lati, il che gli conferirà la fama di imprendibile.
Nel 1146 con l'allontanamento di Papa Eugenio III da Roma, Giacomo
di Vico, di parte imperiale, entra in possesso di Civita Vecchia
ma nel 1152 con la restaurazione papale, Eugenio III la concede
nuovamente in feudo a Pietro Latro.
Nel 1155 Papa Adriano IV incorona imperatore Federico I detto il
Barbarossa. Papa Alessandro III nel 1161 entrato in conflitto con
l'imperatore, si imbarca per raggiungere la Francia e in questo
frangente ritiene utile rafforzare l'amicizia con i Pisani e
concede a costoro in feudo la spiaggia da Porto Venere a Civita
Vecchia. Nel 1157 e nel 1166 i Pisani, con il pretesto di dare la
caccia ai pirati saraceni, conquistano il castro di Civita Vecchia
che è pure citata nel patto di alleanza stipulato nello stesso
anno tra Roma e Genova.
Nell'avvicendarsi delle conteste tra Impero e Chiesa, tra papi e
antipapi, Civita Vecchia si trova tra una inestricabile rete di
opposti interessi ed ora è dominata dagli uni ora dagli altri.
Nel 1167 una parte dell'esercito imperiale, che muove verso Roma
contro il Papa Alessandro III al comando di Rinaldo, Arcivescovo
di Colonia, viene a trovarsi di fronte alla Rocca e l'assedia ma
devono giungere otto galere pisane per cingere l'assedio, anche da
parte del mare e vincere la resistenza opposta da quaranta romani,
comandati da Pietro Latro che scampa alla pena capitale, mentre
non viene recata alcuna molestia all'abitato, che si andava
costituendo attorno alla Rocca.
Vincitori gli imperiali, la Rocca con l'abitato e il bacino
portuale sono concessi a Giovanni I di Vico.
Nel 1190 fa tappa nel porto Riccardo Cuor di Leone, nel suo
viaggio per raggiungere dall'Inghilterra la Palestina.
La storia di Civita Vecchia ruota ancora prevalentemente attorno
al bacino portuale, ove nel 1191 vi ripara una flotta di Enrico
VI, successo a Federico I, che andava a prendere possesso del
regno di Sicilia.
Nel 1193 i Latro fanno espressa rinuncia dei loro diritti su
Civita Vecchia, preparando così il riconoscimento da parte del
Papa Innocenzo III dell'infeudazione ai Vico.
Con tale mossa, Innocenzo III conta di avere la riconoscenza dei
Vico e la libera disponibilità del porto, le cui condizioni per
il lungo abbandono non offrivano in ogni stagione sicurezza, se
non a poche navi contemporaneamente, tanto che tra il 1216 e il
1217, di una flotta che conduceva crociati a Messina, provenienti
dal nord per la V crociata, ben diciotto navi vengono fatte
svernare nella rada di Corneto, mentre nel 1240 vi si rifugia una
flotta imperiale di sei navi sorprese da una tempesta.
Nel 1241 Federico II, per contrastare il concilio indetto a Roma
da Papa Gregorio IX, raccoglie una flotta con i Pisani e ne manda
un distaccamento a Civita Vecchia. Se dobbiamo prestare fede ai
cronisti sedici sono le navi inviatevi.
Il 3 maggio sedici galee pisane, partite da Civita Vecchia,
infliggono una sconfitta ai genovesi presso l'arcipelago toscano.
Nel 1244 Innocenzo IV, deciso a contrapporre all'imperatore una
dinastia francese, per recarsi in Francia chiede aiuto ai genovesi
che inviano a Civita Vecchia una flotta di ventidue galee per
imbarcarlo. Qui giunto Innocenzo IV benedice le navi, alla
presenza di sei cardinali, e il 30 giugno si imbarca. E' logico
ritenere che in questo momento Pietro III di Vico, consapevole che
la fortuna volge verso il Papato, abbia assicurato Innocenzo IV
sulla sicurezza del porto e della Rocca.
Alla morte di Pietro di Vico, il nuovo Papa Urbano IV non vuole
rinnovare al figlio Pietro IV, che aveva aderito al rinnovato
partito imperiale, la concessione feudale di Civita Vetula, ma
costui se ne impadronisce con la forza.
Urbano IV lo chiama in giudizio ma alla morte di costui, il nuovo
Pontefice Clemente IV conferisce l’investitura del regno di
Sicilia a Carlo d'Angiò, che era stato nominato senatore di Roma
da Urbano IV e che ora giunge a Roma per prenderne possesso.
Pietro di Vico, come Prefetto di Roma, scaltramente fa omaggio al
nuovo Senatore, lo segue nella conquista della Sicilia e riottiene
l'investitura del feudo di Civita Vetula.
Nel 1268 Pietro muore per le ferite ricevute nella battaglia di
Tagliacozzo, dopo essere passato ancora una volta nel partito
imperiale, per combattere al servizio di Corradino di Svevia
contro lo stesso Carlo d’Angiò, che ne esce vittorioso.
Il nuovo Papa Martino IV concede la Rocca di Civita Vetula a Carlo
d’Angiò, che nel 1281 nomina il castellano. Nel 1282 si assiste
ad una feroce lotta tra “castellani” della Rocca e soldataglia
francese per la spartizione di un grosso cetaceo arenato in quei
paraggi.
Il cronista del tempo non perde l'occasione per precisare che
l'episodio è presagio dei Vespri Siciliani, a seguito dei quali
poco dopo la Sicilia si libera del giogo degli Angioni.
Nel 1283 Papa Martino IV scrive al vicario di Carlo d’Angiò
perché rinforzi le difese di Civita Vecchia.
Questa è sempre coinvolta a causa della posizione strategica
della sua Rocca, che controlla l’uso del bacino portuale, nelle
contese tra la Chiesa di Roma e l'Impero, tra guelfi e ghibellini,
nel vortice dei mutevoli cambiamenti politici della potente
signoria dei di Vico.
Sul finire del secolo, Civitavecchia è nuovamente in possesso dei
di Vico poiché Pietro V nel 1299 e nel 1300 paga il censo per
tale possedimento, evidentemente dopo aver fatto atto di fedeltà
a Bonifacio VIII.
Quando Clemente V trasferisce la sede papale ad Avignone, Manfredi
di Vico, succeduto al fratello Pietro nel 1303, volta faccia e si
schiera con l'imperatore Arrigo VII a disposizione del quale pone
l'abitato e la Rocca.
Segue un nuovo atto di sottomissione al Papa, per conservare il
feudo di Civitavecchia, ma in una relazione a Benedetto XII del
1340 si dice espressamente che non si ha fiducia nella fedeltà di
Giovanni di Vico, succeduto al padre Manfredi.
Soltanto con l'avvento della breve Repubblica romana di Cola di
Rienzo, si riesce a limitare lo strapotere della nobiltà romana.
Cola di Rienzo chiede a Giovanni di Vico la restituzione di
Civitavecchia, ma nel 1347 costui fa atto di obbedienza e conserva
il possesso ma poi partecipa ad una congiura contro Cola di Rienzo
e viene scoperto e imprigionato.
L'astro di Cola di Rienzo si spegne, a Roma si restaura il vecchio
governo, le sorti dei di Vico si risollevano e nel 1348 risultano
nuovamente in possesso di Civitavecchia.
Giovanni di Vico estende i suoi domini nell'Alto Lazio,
nell'Umbria e nella Sabina. A questo punto, il Papa Innocenzo VI
incarica il Cardinale Egidio Albornoz di ristabilire l’autorità
della Chiesa. Nel 1354 si stipula una pace onorevole per il di
Vico, che conserva il possesso di Civitavecchia e Corneto. Nel
1366, Giovanni di Vico muore e gli subentra il figlio Francesco,
che riconquista gran parte delle terre perdute, compresa Viterbo,
si schiera contro il Papa Gregorio XI e per ostacolarlo anche sul
mare, allestisce alcune galere, ma ancora una volta l'interesse di
Roma ad avere libero accesso al porto facilita, un accordo con il
riconoscimento ai di Vico da parte della Chiesa del possesso della
Rocca.
Nel 1378 viene eletto Urbano VI ma gli viene anteposto dai
Francesi Clemente VII, al quale il di Vico offre l'uso del porto
ma nel dicembre del 1383, i genovesi alleati di Urbano VI giungono
a Civitavecchia, la Rocca resiste ma l'abitato viene saccheggiato.
Lo strapotere del di Vico fomenta ribellioni nella regione e nel
1387 a Viterbo, Francesco viene ucciso.
Risolleva le sorti del casato Giovanni Sciarra dei di Vico, cugino
di Francesco, che parteggia per l'antipapa Benedetto XIII ma in
previsione del giubileo del 1400, Bonifacio IX prima stipula un
trattato concedendo al di Vico Orchia e Centocelle (la città
fondata da Leone IV nell'854 per dare asilo ai cittadini profughi
dalle incursioni saracene su Centumcellae), poi rinnova un patto
di tregua con il Vico ma nel 1404 giunge puntuale il voltafaccia
di costui: evidentemente non più interessato a godere dei
benefici del giubileo, riprende le parti dell'Antipapa di
Avignone, che vi può sbarcare i suoi ambasciatori inviati per
tentare una mediazione con il Papa di Roma. Nel 1417 sale sul
soglio di S. Pietro Martino V, che nel 1422 offre il perdono al di
Vico, confermandogli i suoi diritti su Civitavecchia.
Nel 1425 muore Giovanni di Vico e gli succede Giacomo II, che in
quell'anno con una sua lettera attesta di essere presente a
Civitavecchia, ma nel 1431 con l'elezione di Papa Eugenio IV, si
approssima la fine della loro potente signoria.
Malaccortamente Giacomo si unisce ai Colonna contro il nuovo Papa,
che nel 1431 invia un poderoso esercito contro Civitavecchia. Con
l'aiuto della armata veneziana al comando di Pietro Loredano,
l’esercito pontificio sotto la guida di Fortebraccio, espugna la
Rocca, assalendola dalla parte di mare e la conquista. Ha termine
così la lunga signoria dei di Vico sulla nostra città, che da
questo momento entra a pieno titolo nel governo dei Pontefici
romani.
Eugenio IV predispone opere di riparazioni alla Rocca ma questo
pontefice non ha vita facile e sotto l'incalzare della ribellione
dei Romani, raggiunge Civitavecchia nottetempo per rifugiarsi a
Firenze.
Bisognoso di denaro Eugenio IV offre in pegno la Rocca al
banchiere viterbese Mezzatosti.
Giacomo di Vico, approfittando del momento, tenta un'ultima prova
ma assediato a Vetralla dal cardinale Giovanni Vitelleschi, si
arrende e viene decapitato a Soriano.
Il Vitelleschi prende poi possesso della Rocca di Civitavecchia,
che alla morte di costui, resta in mano dei suoi parenti,
Bartolomeo Vitelleschi, vescovo di Corneto, e di altri cornetani.
Il Papa invia Lodovico Scarampo che l’assedia e la riconquista
al potere romano.
Nel 1443 il Papa, tornato a Roma, consegna Civitavecchia con la
Rocca e il porto al commissario papale Ludovico Scarampo e da
questo momento la castellania non sarà più legata
ereditariamente alla Prefettura di Roma (in possesso per lungo
tempo alla famiglia dei di Vico), ma concessa dal Papa.
Eugenio IV ordina provvedimenti a favore della città, e fa larghe
concessioni ai cittadini.
Con l'avvento di Nicolo V nel 1447, l'architetto Bernardo
Rossellino edifica belli e magnifici palazzi e nel 1452 due
architetti lombardi presiedono ai lavori alle mura cittadine.
Nel 1451 Bartolomeo di ser Giovanni da Toscanella trascrive in
volgare gli statuti della città.
Callisto III nomina prefetto Pier Ludovico Borgia e gli offre il
vicariato di Civitavecchia; il nuovo pontefice Pio II, con un
accordo, rientra in possesso della Rocca che i Borgia si
ostinavano a trattenere e dà l'avvio ad una energica e definitiva
sistemazione delle sue mura e di quelle della città: in alto a
sinistra della più antica porta si intravede lo stemma di Pio II,
a memoria di questi lavori.
Nel 1462 la scoperta dei giacimenti di alunite nelle montagne di
Tolfa, imprime la definitiva rinascita della antica città.
Si aprono uffici e si costruiscono magazzini, si avviano lavori
portuali, per ricevere dalle Allumiere il prezioso minerale da cui
si ricava l'allume, utilizzato soprattutto nelle industrie tessili
per fissare i colori, e per la concia delle pelli ed esportarlo in
tutta l'Europa con le navi del tempo.
L'Europa si libera così dal monopolio che il Sultano,
impossessatosi di Costantinopoli, esercita sulle cave greche e
turche, imponendo esosi contributi ai commercianti europei.
Giovanni di Castro, subito dopo la scoperta rivolgendosi a Pio II,
esclama: "Le materie prime e l’acqua sono abbondanti. Tu
hai un porto assai vicino: Civita Vecchia: ora puoi preparare la
Crociata contro i Turchi, le cave ti daranno le finanze
necessarie". Il destino di Civitavecchia è segnato.
Per la verità, sotto il pontificato di Pio II e Paolo II, gli
interventi a favore delle strutture portuali non furono
all'altezza del notevole movimento di navi che l'esportazione
dell'allume avviò.
Mancò anche ai pontefici che si susseguirono la necessaria
lungimiranza commerciale e solo tardivamente e con molte riserve
mentali, saranno presi provvedimenti per incentivare l'economia
della regione e della città portuale, che fu sempre considerata
"porta di Roma", della quale perciò si doveva curare
soprattutto l’apparato difensivo, per evitare l’ingresso dei
potenziali nemici della Chiesa.
Tuttavia nel 1467 è attestata per la prima volta l’esistenza di
una attività cantieristica nel bacino portuale.
Nel 1471 con l'elezione di Sisto IV non mancano interventi nello
scalo, che prende l'appellativo di "porto dell'allume
romano". Tuttavia con Sisto IV resta costante il pensiero di
difendersi dalle minacce degli "infedeli" e vengono
emanate direttive per la difesa del litorale e di Civitavecchia in
particolare. Al castellano Alfonso di Varaxes vengono assegnati
fondi per opere di riparazione e fortificazione della Rocca,
mentre si offrono contributi alla comunità cittadina per opere di
approvvigionamento idrico, che costituirà il problema più
assillante nella lunga storia della nostra città.
Nel 1480 il saccheggio di Otranto, da parte degli Ottomani, fa
temere rovinose incursioni e invasioni, perciò Sisto IV promuove
la difesa della Cristianità. Il re del Portogallo, volendo
concorrere con le sue forze nel 1481, invia a Civitavecchia una
flotta. Alle operazioni per la riconquista di Otranto, partecipano
quattro galee pontificie fornite al Papa dai Fiorentini. A
settembre dello stesso anno, Sisto IV provenendo da Bracciano
visita le cave di allume e il 2 ottobre scende a Civitavecchia,
ove nella Rocca si incontra con i capitani della galee pontificie
che per la pestilenza avevano fatto ritorno e con l'ambasciatore
del re di Napoli, che chiede informazioni sul perché la flotta
pontificia abbia abbandonato l'impresa di Otranto, che viene
riconquistata, ma nella Rocca di Civitavecchia, la Lega che
avrebbe dovuto liberare tutto l'Adriatico, si scioglie.
Prima della sua partenza, Sisto IV incarica Giovanni Dolci,
l'architetto della Cappella Sistina, commissario speciale per la
fabbrica del porto e della rocca di Civitavecchia.
Agli inizi del 1482 transita nel nostro porto S. Francesco di
Paola, che si imbarca per Marsiglia con i suoi compagni, chiamato
dal re di Francia Luigi XI, che si sentiva prossimo alla morte.
Sebbene pare evidente che primaria preoccupazione di Sisto IV sia
quella di rendere il porto ben difendibile, per renderlo più
sicuro al servizio di Roma, tuttavia provvedimenti vengono presi
per migliorare le strutture portuali ed i fondali, ai quali
partecipa Lorenzo da Pietrasanta. Nel 1483 al Dolci, come
soprintendente ai lavori, viene affiancato da un altro fiorentino:
Baccio Pontelli.
Nell'agosto del 1484 viene eletto Innocenzo VIII, che non è
insensibile ai risvolti economici e commerciali delle attività
portuali e alla necessità di proteggerli dai danni che i pirati
del mare possono provocare, ma siamo lungi da una presa di
coscienza che porti ad un coinvolgimento finanziario di grande
peso e proiettato nel futuro. Tuttavia questo pontefice nel 1486
firma un decreto per l'allestimento di una triremi necessaria per
proteggere le rotte commerciali nel tratto di mare, che è sotto
la giurisdizione della Chiesa. A fronte della modesta esistenza
della comunità cittadina, il porto è punto di arrivo e di
imbarco di membri delle corti europee, di personaggi assai
influenti, di notabili e principi della case regnanti e della
Chiesa. La Rocca continua ad essere una fucina di restauri,
modifiche, abbellimenti, giacché è ivi che vengono accolti gli
ospiti di riguardo o si prendono importanti decisioni politiche
alle quali i civitavecchiesi assistono passivamente. Nel 1492 il
Pietrasanta riceve una somma per impiantare un cantiere navale
nell'area della Darsena romana, a ridosso della Rocca, ma si
tratta di una soluzione precaria e momentanea, che si risolverà
soltanto con la costruzione dell'arsenale del Bernini al tempo di
Alessandro VII.
Con Alessandro VI (1492-1503) viene stipulato un nuovo appalto per
l'ancoraggio delle navi, affidato a Paolo Argenti, il che attesta
l'attenzione crescente della Camera Apostolica a trarre il
maggiore profitto possibile anche dalle attività portuali, con il
sistema degli appalti che regolerà l'economia locale per tutto il
periodo del potere temporale.
Frattanto i lavori di riassetto del porto continuano sotto la
conduzione di Lorenzo da Pietrasanta. Nel 1494, nell’imminenza
della discesa di Carlo VIII di Francia, Alessandro VI si allea con
Alfonso II di Napoli e dà ordini di rafforzare le difese, ma sul
finire dell'anno Carlo VIII entra a Viterbo e poi occupa
Civitavecchia, con l'impegno di rilasciarla al termine delle
operazioni militari in Campania, tanto che ad ottobre del 1495,
risultano ripresi i lavori della Camera Apostolica a favore della
Rocca.
A dicembre il visconte Angelo Carosi presiede il consiglio
generale della città, che vota l’istituzione della Bandita
della tenuta del Sughereto, definendone gli usi riservati alla
comunità.
Nel 1496, libero il porto dalla guarnigione francese, giungono
galere veneziane al comando di Gabriele Barbarigo e Antonio
Lauredano e dalla Spagna tre navi al comando di Cesare Borgia,
detto il Valentino e figlio di Alessandro VI, con aiuti militari
per il padre, che si dibatte tra le inimicizie dei nobili romani
favorevoli al re di Francia.
All'approssimarsi del giubileo del 1500, Alessandro VI ordina una
piccola squadra navale per la difesa della costa, al comando di
Lorenzo Mutino e del suo luogotenente Ludovico Mosca, che presta
aiuto a Cesare Borgia nella conquista di Piombino. Agli inizi del
1502 Alessandro VI e il Valentino, con grande seguito, raggiungono
Civitavecchia per recarsi a Corneto, ove imbarcarsi per Piombino.
L'astro dei Borgia sembra all'apice ma la morte di Alessandro VI
nel 1503, distrugge le mire espansionistiche di Cesare.
Il nuovo pontefice Giulio II, dotato di grande intelligenza,
profonde le sue energie alla gloria della Chiesa e alla difesa
della Cristianità. La sua politica è tesa a "veder Italia
in man di Italiani".
Giunge per la prima volta a Civitavecchia il 7 ottobre del 1505 e
poi ancora nell'agosto del 1506 e il 14 dicembre del 1508, quando
pone la prima pietra della nuova fortezza che viene chiamata Rocca
Nova o Rocca Giulia, disegnata dal Bramante sulle rovine di
strutture romane e di una chiesuola dedicata a Santa Firma.
La nuova fortezza, con le mura che racchiuderanno la città
disegnate da Antonio da Sangallo a partire dal 1513, costituirà
un possente sistema difensivo che risulterà più volte di grande
utilità.
Giulio II ritorna a Civitavecchia nel 1509, nel 1510, quando in
porto arrivano navi veneziane per porsi ai suoi ordini, per
rafforzare l'intesa contro il re di Francia (in questa occasione
inalberano accanto alla bandiera veneziana quella bianca del
pontefice), nel 1511 e nel 1512, quando giunge in porto
un’armata spagnola con quattromila fanti, trecento lancieri e
cinquecento cavalieri per unirsi ai pontifici contro i francesi.
Nel frattempo vengono presi provvedimenti per migliorare
l'approvvigionamento idrico della città, per lavori di miglioria
nella Rocca Vecchia e nella chiesa di S. Maria.
Nel 1513 il nuovo pontefice Leone X giunge a Civitavecchia,
incarica il Bramante a presiedere i lavori di ristrutturazione del
porto nella sua globalità ed in particolare della vecchia
darsena.
Leonardo da Vinci, forse chiamato dal suo amico Bramante, esegue
rilievi del porto e degli avanzi di epoca romana e forse non è
estraneo ai suoi progetti. Leone X ritorna a gennaio del 1514 ed a
marzo, con la morte del Bramante, affida i lavori a Giuliano di
Leno e Antonio da Sangallo.
Più volte Leone X ritorna in visita e nel 1516 autorizza il
medico Guglielmo Gallo a scavare per un mese alla presenza di due
ufficiali del Comune in località Campo dell'Oro, ove si
favoleggiava la presenza di un tesoro (da cui ancora oggi il nome
a questo quartiere periferico); fervono i lavori nel porto, tesi
soprattutto a rendere più efficienti le difese militari, alle
quali si aggiungono opere di pregio, come i leoni bronzei
commissionati a Giacomo dell'Opera, per sostenere gli anelli
necessari in darsena per gli ormeggi.
Il Comune intanto chiede contributi per riparare le vecchie mura
di cinta ed è alle prese con una convenzione per la mattonatura
delle vie cittadine.
Nel 1522, poco dopo l'elezione del nuovo pontefice, il fiammingo
Adriano VI, Rodi, tenuta dai Cavalieri Gerosolimitani sin dal
1309, cade in mano dei turchi; i cavalieri giungono a
Civitavecchia ad agosto dell'anno successivo, ove allestiscono una
infermeria per i cavalieri feriti e ammalati, che costituisce il
primitivo nucleo del futuro ospedale, che prenderà nome di S.
Paolo da una preesistente chiesuola. Per sei anni la marineria dei
cavalieri resterà a Civitavecchia, per poi trasferirsi a Malta.
Sotto il pontificato di Clemente VII (1523-1534), Civitavecchia
entra nel turbine delle invasioni straniere poiché sul suolo
italiano si affrontano i francesi del re Francesco I e gli
ispano-germani di Carlo V. Dal nostro porto, alla fine del
febbraio 1525, parte un brigantino spagnolo per recare in patria
la notizia della sconfitta del re di Francia, che a maggio è
imbarcato prigioniero per essere condotto a Madrid.
A maggio del 1526, giunge una flotta al comando di Andrea Doria
che si pone al servizio del Pontefice nella lotta al brigantaggio,
ma anche in appoggio della politica di Roma a favore di Francesco
I.
Frattanto le notizie che giungono sulla discesa in Italia dei
Lanzichenecchi, mettono in agitazione Clemente VII, che chiede
l'assistenza delle flotte veneziana e francese per una eventuale
fuga. A maggio del 1527, quelle bande armate di sanguinari
luterani raggiungono Roma e numerosi sono i fuggitivi di rango che
riparano a Civitavecchia, mentre il Pontefice inspiegabilmente non
fugge. Forte dello sgomento provocato dalle bande armate, Carlo V
ottiene dal Papa il possesso del porto di Civitavecchia che
mantiene per due anni, ove pone un suo castellano che provoca
continue molestie agli inermi cittadini. Clemente VII lusinga
Carlo V con l'intento di incoronarlo imperatore e ottiene la
promessa della restituzione di Civitavecchia, che finalmente
avviene il 23 marzo 1529. Carlo V è incoronato imperatore e
promette aiuti contro i Turchi e la difesa dei mari; dona ai
Cavalieri di Rodi, che lasciano Civitavecchia, l’isola di Malta;
i traffici portuali riprendono sensibilmente e le linee
commerciali si estendono ulteriormente, tanto che l'11 dicembre
1529 giunge il primo vascello inglese.
Nella nuova fortezza, ancora priva del Maschio, fervono i lavori,
ma è scarsamente dotata di mezzi di difesa, mentre in porto sono
intensi i lavori per l'allestimento della flotta papale, che si
unirà a quella imperiale contro i Turchi a settembre del 1532.
Il 7 dicembre 1533 Clemente VII, di ritorno dalla Francia per il
matrimonio di sua nipote Caterina de’ Medici con Enrico, figlio
di Francesco I, giunge a Civitavecchia ove sosta tre giorni. Per
la morte improvvisa di Clemente VII, viene eletto Paolo III
(Alessandro Farnese), che potenzia la flotta pontificia, formata
da dodici galee costruite nei cantieri di Genova, che unitamente
alle altre navi della flotta imperiale vengono benedette
dal Pontefice il 23 aprile.
In questa occasione Paolo III resta cinque giorni a Civitavecchia.
A maggio, mentre la flotta cristiana è contro Tunisi, compaiono
di fronte al porto navi corsare contro le quali Paolo III dà
ordini di difesa: questo fatto conferma come fosse preminente a
Roma l'interesse a rendere la piazza di Civitavecchia militarmente
munita, anche a scapito di una maggiore efficienza commerciale del
porto, ove comunque si intensificano i traffici. Paolo III visita
la città ancora nel 1536 e nel 1537 e assegna al Comune la tenuta
del Sughereto, per incrementare le attività agricole della
modesta popolazione.
Nel 1538 Domenico Zanobio dà inizio alla sopraelevazione della
torre maestra della Rocca Giulia, progettata dall’architetto
Mangone, sul cui ingresso nel 1539 vengono posti i gigli della
casa Farnese. Nel 1540 sono eseguiti lavori nell’antica chiesa
di S. Maria.
Nel 1546, alla morte del Sangallo ancora molto resta da fare per
completare la muraglia da lui disegnata ma a novembre del 1549,
alla morte di Paolo III, il Maschio della Fortezza è terminato.
Nel 1554 Giulio III (1550-1555) visita la città e il porto e
prende visione dell’ultimazione delle opere disegnate dal
Sangallo. Civitavecchia entra ancora una volta nel turbine delle
contese tra spagnoli e francesi: nel 1557 a seguito della
battaglia di S. Quintino, la Spagna consolida il suo primato in
Italia e i francesi ancora una volta devono lasciare Civitavecchia.
A seguito della sconfitta subita nell'estate del 1560 dalla flotta
cristiana alla Gerba, dalla quale non fa ritorno alcuna nave
pontificia, viene richiesta a Pio IV (1559-1565) la costruzione di
torri costiere per una migliore difesa dagli attacchi dei nemici
della Cristianità.
A Francesco Luparelli viene affidato il compito di completare la
linea difensiva del Sangallo. Pio IV visita Civitavecchia più
volte tra il 1561 e il 1563.
Con Pio V (1566-1572), l’architetto Giovanni Maria Agamonti
realizza gli ultimi due bastioni che saldano l’area urbana alla
Fortezza e si avvia l’edificazione delle torri costiere.
Il 21 giugno del 1571 a Lepanto l’Armata cristiana al comando di
Marcantonio Colonna, tra cui dodici galee pontificie partite da
Civitavecchia, sconfigge definitivamente i Turchi.
Con Gregorio XIII (1572-1585) la città conta soltanto 840
abitanti che non esercitano alcuna influenza sulle decisioni
governative riguardanti il porto, ove consistente è il traffico
commerciale e militare. Nel 1573 il Papa visita Civitavecchia per
prendere visione dei lavori che si stanno eseguendo nel porto, per
renderlo più sicuro al naviglio.
Gregorio XIII torna l'anno seguente, nel 1577, nel 1578 e nel 1580
ma gli interventi da lui promossi sono sempre prevalentemente di
ordine militare, sicché l'economia della città langue e
demograficamente ristagna.
Vengono pubblicati gli Statuti dell'Arciconfraternita di S. Croce,
che forniscono notizie sulla chiesa di S. Paolo e dell'annesso
ospedale, segno che la cittadinanza pur modesta è viva e vitale.
Sisto V (1585-1590) è pontefice attento alle esigenze della città
e al potenziamento della flotta: nomina una speciale congregazione
per affrontare il problema della creazione di una flotta
permanente di dieci triremi. Giunge in città con largo seguito il
22 gennaio 1588, dà incarico a Giovanni Fontana di costruire un
nuovo acquedotto, che giunge fino al piazzale antistante la
vecchia Rocca e dove a ridosso delle mura medievali viene
costruita una fontana. La città intanto anela ad ampliarsi e
Padre Sigismondo Soldini da Fielino ottiene in dono dalla famiglia
Andreotti un terreno fuori delle mura e sul quale i Padri
Conventuali edificano una chiesuola in onore di S. Antonio da
Padova. Sisto V torna a novembre e i suoi interventi a favore di
Civitavecchia vengono ricordati da un affresco nella Galleria
Vaticana e da un più sommario affresco nel Salone Sistino della
Biblioteca Vaticana.
Il Fontana completa l'approvvigionamento idrico con una vasca
all'ingresso della Darsena e con una modesta fontana in Piazza
Leandra. Nel 1589 viene concessa alla comunità la tenuta di
“Ferrara”, a ponente della città per i cittadini desiderosi
di coltivarla. Il porto soffre sempre dell’inadeguatezza dei
fondali e della carenza di attrezzature mentre tra l’8 settembre
1590 e il 31 agosto 1591 entrano ben 642 navi, di cui però
soltanto 9 di grosso tonnellaggio.
Clemente VIII (1592-1605) finalmente pone mano a radicali
interventi sulle strutture portuali. La città assiste nella
chiesa di S. Maria al matrimonio tra l'ammiraglio Andrea Doria,
pronipote del più noto omonimo, con la principessa Giovanna
Colonna. Nel 1596 l'architetto Bartolomeo Crescenzio avvia i
lavori in porto, rafforzando le strutture danneggiate dai marosi.
Clemente VIII visita la città nel 1597, accompagnato da 500
persone, il 28 aprile prende alloggio negli appartamenti della
vecchia Rocca, assiste a luminarie e festeggiamenti in suo onore,
il 29 celebra la messa in S. Maria, dopo il pranzo fa un giro al
largo sulla nave capitana e il 30 fa ritorno a Roma.
Ordina vari lavori a favore del porto e la sistemazione della
strada per Roma.
In un consuntivo redatto dal castellano, da alcuni architetti e
dal capitano Papirio Bussi, si fa esplicito richiamo alla necessità
di rafforzare il molo di levante, di costruire una lanterna di
prolungare e rafforzare l'antemurale. Nel 1603 il Cardinale Cesi
viene autorizzato ad eseguire i lavori richiesti.
Nel 1605 Paolo V, desiderando intervenire con energia nelle opere
di manutenzione del porto e delle sue difese, impone una tassa per
sopperire alle spese per i lavori già avviati da Clemente VIII.
Nel 1608 viene finalmente eretto un fanale (il Faro), sulla
estremità sud dell’isola frangiflutti, alto ben 31 metri,
alimentato da una fiamma ricavata da sego e catrame, fino agli
eventi bellici del 1943-44, anno della sua distruzione, con il
Forte del Bramante e la Rocca vecchia, pure distrutta da quegli
eventi, simboleggerà la città e il suo porto.
Nel 1610 vengono condotti a termine i lavori di costruzione dei
magazzini per l’Annona, sul molo del Lazzaretto, mentre
proseguono quelli di ricostruzione dei fortini posti alle estremità
dei due moli, con gli architetti Giulio Buratti e Carlo Maderno,
che sovrintende.
Per la difesa della costa, vengono erette le due torri costiere
del Marangone e Torre Valdaliga. Nel 1610, fuori delle mura
medievali ove poi nel XVIII secolo sarà edificata la Cattedrale,
è ceduto un terreno ai Padri Conventuali per gettarvi le basi di
un’altra piccola chiesa.
Nel 1612, il 5 aprile la Compagnia del Gonfalone viene aggregata
alla Arciconfraternita del Gonfalone di Roma e il 2 giugno è la
volta dell’avvio ufficiale dell’attività
dell'Arciconfraternita dell’Orazione e Morte, con la sua
aggregazione a quella di Roma.
Nel 1615 giunge in porto Hasekura Tsunenaga, ambasciatore del Date
Masamure di Sendai (Giappone) pressoPaolo V, dopo avere
attraversato due oceani, il Pacifico e l'Atlantico, per
raggiungere il Pontefice.
Il porto è sempre più aperto a navi di ogni provenienza, per gli
approvvigionamenti annonari a favore di Roma, per imbarcare allume
e prodotti dell'entroterra, o per il passaggio di illustri ospiti
del Papa e ambasciatori. A luglio del 1620 con sei galee, giunge
il principe Tommaso di Savoia che da Roma torna in patria.
Sebbene le opere che si eseguono in porto sono ancora di portata
limitata, rispetto alle reali necessità dello scalo, pare di
intravedere l’operosità del futuro pontefice Urbano VIII
(1623-1644).
Nel periodo del suo pontificato viene edificata la muraglia
merlata che separa definitivamente la città dall'area portuale,
vengono riparate le scogliere, fortificate le entrate del porto,
restaurata la lanterna, dragati i fondali e demolito il tratto
settentrionale delle mura medievali che univa la vecchia Rocca al
bastione prospiciente la Chiesa dell'Orazione e Morte, rafforzate
le cortine della Darsena e ingrandito l'edificio dell'Annona, qui
fatto edificare da Paolo V. Mentre il cardinale Donato Cesi,
governatore della città, ordina tutti questi lavori, l'architetto
Pier Paolo Florian lavora all'ampliamento della cinta del
Sangallo, costruendo l'"opera a corno" con rivellino per
meglio proteggere la nuova Porta Romana. Lo spazio che viene cosi
circoscritto ingloba la piccola chiesa edificata nel 1588 dai
Padri Conventuali e delimiterà un’area che risponderà
all’esigenza fortemente sentita di un’espansione edilizia
della città (è l'area del futuro quartiere chiamato il Ghetto).
Per ravvivare l’economia Urbano VIII concede le franchigie
portuali. Nel 1638 viene concessa ai Fatebenefratelli anche
l’amministrazione dell’ospedale militare della SS. Concezione,
che viene cosi unito al Civile.
Il porto vive un momento di intensi traffici: nel 1641 entrano ben
855 navi di cui però soltanto 14 sono grossi vascelli. Purtroppo
4 navi su 14 giungono senza carico, soltanto per caricare allume o
grano. Ostacoli e riserve nei confronti delle capacità ricettive
del porto provengono sia da ambienti veneziani sia da ambienti
livornesi, ma sotto il pontificato di Urbano VIII la città
risente benefici dagli interventi di questo pontefice e
dall’istituzione del porto franco. A ricordo di tanta operosità,
nella Galleria del Palazzo Apostolico Vaticano viene dipinta una
pianta di Civitavecchia con l’elencazione delle opere volute da
questo pontefice.
Con il pontificato di Innocenzo X (1644-1655), il nostro porto si
apre ai traffici con il Nuovo Mondo e risente di un più diffuso
benessere, vivificato da una ripresa delle esportazioni di allume,
dall’arrivo di navi cariche di grano per le crescenti esigenze
alimentari della Capitale ed è punto di imbarco di legnami,
pozzolana e prodotti della pastorizia, mentre la flotta pontificia
riprende più volte il mare, per le operazioni nel Levante in
difesa della Cristianità.
La popolazione raggiunge le mille anime mentre si completa nella
Darsena l’edificazione dell’ospedale per la marineria nelle
adiacenze dei magazzini.
Il 28 aprile del 1647, da Amelia giungono le reliquie di S.
Fermina, che con solenne processione sono deposte nella Chiesa di
S. Maria, da questo momento dedicata anche alla Santa Patrona.
Nel 1650 in occasione del Giubileo la flotta resta in porto per
difendere le navi in arrivo e in partenza.
Per venire incontro alle esigenze sanitarie dei Cavalieri di
Malta, residenti a Civitavecchia o di passaggio, lo speziale
Terenzio Collemodi fonda la Commenda della Religione di Malta che
dovrà avere il compito di gestire la piccola chiesa, che il
Collemodi, per volontà testamentaria, vuole far costruire con il
titolo di S. Giovanni Battista e S. Maria e che sorgerà
nell’area prospiciente la porta medievale che oggi adorna Piazza
Saffi.
Alla morte di Innocenzo X i cardinali in conclave decidono di
rafforzare la squadra navale per inviarla a Candia, estremo
baluardo della Cristianità nel Mediterraneo orientale.
A maggio del 1655 poco dopo l'elezione del nuovo pontefice,
Alessandro VII (1655-1667), una epidemia di peste colpisce
l’Italia ma anche Civitavecchia, che poco prima del diffondersi
del male, conta 1277 anime.
Questo Pontefice, sotto l’incalzare delle esigenze sanitarie,
completa i lavori dell’ospedale iniziato da Innocenzo X nel
fabbricato adiacente ai magazzini della Darsena. Nel 1658 giunge
in visita Mario Chigi, Generale della Chiesa, prende visione dei
lavori che vi stanno conducendo Giulio Cerruti e Marcantonio De
Rossi e indica l'area a nord delle mura medievali, come la più
idonea per uno sviluppo urbanistico che favorisca l'impianto di
mercanti, che il Chigi ritiene utile per la stessa Roma.
Il 26 novembre del 1659, viene finalmente posta la prima pietra
dell’arsenale disegnato dal Bernini, che per lungo tempo
coagulerà buona parte dell’economia cittadina.
Nel 1663 Alessandro VII concede un terreno fuori le mura medievali
per la costruzione della Chiesa di S. Giovanni e S. Maria, con
annesso ospizio per i Cavalieri di Malta.
Nel 1668 fa sosta in porto il figlio del Sultano Ibraim che,
catturato e condotto a Malta, abbraccia la fede cristiana con il
nome di padre Tommaso Ottomano.
A maggio del 1669 la squadra pontificia, formata da sette galere,
prende il mare per congiungersi con le navi maltesi e francesi in
soccorso di Candia, che è allo stremo e che nel settembre,
nonostante gli aiuti giunti, si arrende ai turchi.
Nel porto fervono lavori di riparazione per renderlo più
accogliente per le navi che giungeranno numerose in occasione del
giubileo del 1675.
Nel 1677 Innocenzo XI (1676-1689) sollecita provvedimenti per
rafforzare l’Antemurale, ampliare il Lazzaretto e creare un
Quartiere per i soldati. Nel 1680 Stefano Vidau, di antica
famiglia avignonese, fonda la chiesuola di campagna dedicata a S.
Francesco di Paola. Nell’anno seguente, per regolamentare la
vendita del pesce che si effettua nella piazzetta di S. Maria, vi
viene affissa una lapide con i prezzi da praticarsi ove per la
prima volta è riprodotto lo stemma cittadino, costituito da un
albero, interpretato come una quercia, affiancato dalle lettere
“C.O.”, abbreviazione del motto “Centumcellensis Ordo”.
Con decreto della Camera Apostolica dello stesso anno, viene
concesso agli abitanti di servirsi delle selve, e delle tenute di
Chiaruccia, Castelsecco, Camporosso e Selciata, di proprietà
della Camera Apostolica, per usi agricoli e per ricavare legname.
Nel 1684 Innocenzo XI affida ai Cappuccini, con il compito di
assistere le galere sia in tempo di pace che di guerra, l'Ospedale
di S. Barbara, sito sulla banchina della Darsena e che per questa
occasione viene ingrandito e ristrutturato.
L’alleanza contro i turchi tra l’imperatore Leopoldo, Giovanni
III di Polonia, Venezia e Innocenzo XI, spinge costui ad armare
una squadra che il 1 giugno, dopo solenne benedizione al molo del
Bicchiere, parte da Civitavecchia ove fa ritorno il 30 ottobre,
dopo aver partecipato alla conquista dell’isola di Santamaura e
all’attacco della Prevesa, recando molti feriti e malati colpiti
da epidemia.
La Confraternita della Morte, che per difficoltà con i Domenicani
per l'uso della cappella che gli era stata assegnata nella Chiesa
di S. Maria, già da qualche tempo ha posto la sua sede in un
edificio di Piazza Leandra; nel 1685 dà inizio alla pratica per
l'acquisto di un terreno ove nel 1693, partono i lavori per la
costruzione di una chiesa, che sarà ultimata nel 1699 e prenderà
il nome di Beata Vergine del Suffragio e poi di S. Maria
dell'Orazione.
La città accentua così la sua espansione oltre il perimetro
medievale, mentre la flotta fa sentire più incisivamente la sua
presenza, forte di dieci imbarcazioni, tra cui due galere
costruite nell'arsenale del Bernini, partecipando a vittoriose
spedizione nel Levante ove si distinguono marinai e ufficiali
civitavecchiesi.
Nel 1688 è completato l'ampliamento dell'ospedale iniziato da
Clemente IX, si tratta di un edificio a tre piani ove viene posta
una lapide che ricorda la particolare attenzione da parte del
Tesoriere generale Giuseppe Renato Imperiali, protettore della
città.
Nel 1689 il palazzo della vecchia Rocca, oggetto di continue cure
perché destinato agli ospiti di riguardo, accoglie una
delegazione del re del Siam.
Sul finire del pontificato di Innocenzo XI, viene edificata la
monumentale Porta Marina che mette in comunicazione la Darsena con
la Piazza d'Armi (attuale Piazza Calamatta), in sostituzione del
precedente modesto passaggio.
L'anno 1690 inizia con una solenne processione in onore di S.
Fermina, voluta dal Governatore Generale delle sette galere di
Napoli, che vuole testimoniare la devozione a questa protettrice
dei naviganti. A maggio la squadra navale, con la partecipazione
di tre battaglioni di fanteria papalina, partecipa alla
liberazione della Morea dal dominio turco ma subisce la perdita di
cinquanta uomini e di trecento inabili per malattia: Civitavecchia,
nel suo modesto contributo alla causa della Cristianità, continua
ad offrire vite di giovani cittadini.
Il pontificato di Innocenzo XII (1691-1700) segna una pietra
miliare dello sviluppo di Civitavecchia, poiché asseconda le
esigenze di un porto e di una città in espansione nelle aree
libere fuori della cinta medievale e racchiuse in quella del
Sangallo ampliata dall"opera a corno".
Mutano le esigenze abitative, si accrescono le esigenze
dell'approvvigionamento idrico e i commerci esigono incentivi per
adeguarsi ai tempi in evoluzione, anche se si è perduta
l'irripetibile occasione di uno sviluppo portuale e industriale,
connesso con la scoperta dell'allume.
La popolazione è cresciuta e raggiunge tremila residenti nel
1692. Per le esigenze idriche non sono più sufficienti la fontana
di Piazza Leandra e quella nei pressi della Rocca.
Giuseppe Rocchi, di antica famiglia civitavecchiese, ottiene di
poter condurre acqua dalle sorgenti di Allumiere, ripristinando
ove necessario l'antico acquedotto traianeo.
Innocenzo XII conferma e amplia le concessioni a favore della città
emanate, da Urbano VIII e Clemente IX, e ripristina le franchigie.
Nell'intento di favorire l’insediamento di famiglie ebree per
ravvivare i commerci, fa costruire nell'area dell'"opera a
corno" un ragguardevole edificio ed una fontana per
accogliervele, ma per le opposizioni di ambienti livornesi e
genovesi, gelosi di uno sviluppo commerciale della nostra città,
il progetto non si realizza e l'edificio, che darà al nascente
quartiere il nome di "Ghetto", verrà occupato da
famiglie di pescatori.
Nel 1693, Innocenzo XII dà un nuovo assetto all’amministrazione
civica e all’organizzazione del distretto. Conferma gli statuti
cittadini e la suddivisione delle famiglie nei tre ordini dei
visconti, camerlenghi e consiglieri, pone al governo della città
un prelato di curia con il titolo di governatore, e di
sovrintendente sulle terre di Tolfa e sulla città e contea di
Corneto, che viene sottratta all’autorità del governatore di
Viterbo ed entra a far parte del distretto di Civitavecchia. Primo
governatore della città, con l'ufficio di soprintendenza in
Corneto, viene nominato monsignor Filippo Leti.
Ora la città tenta di cimentarsi in attività industriali poiché
si fa affidamento sulla presenza di terre, argille, pietra da
calce, pozzolana, minerali di ferro e galena, ma con risultanti
non esaltanti se non fallimentari.
Nel 1694 il cardinale Negroni autorizza la demolizione della
fontana monumentale eretta da Sisto V e modificata da Urbano VIII,
sita nei pressi della Rocca, per edificarne una posizionata lì
vicino di fronte alla porta Marina.
Il Comune chiede di poter edificare il nuovo palazzo della Comunità,
abbattendo un tratto delle mura medievali con l’antica Porta
Romana, nei pressi della chiesa di S. Francesco ove poi sarà
edificata la Cattedrale.
Si fa vivo in questo momento un interessamento di operatori
genovesi per le facilitazioni che Innocenzo XII offre a chi voglia
impiantare attività commerciali. La città è in rapida
evoluzione e le attività portuali vedono una seppure momentanea
ripresa delle esportazioni di allume.
Innocenzo XII finalmente giunge in visita alla città il 7 maggio
del 1696 e vi rimane quattro giorni. Il giorno 9 dichiara
Civitavecchia capoluogo di Provincia, visita il porto, i
magazzini, l’ospedale delle galere e, accompagnato
dall'architetto Carlo Fontana, prende visione dei lavori sugli
acquedotti. Il 20 maggio in Roma, mentre visita S. Maria in Via
Lata, dove i militari festeggiano la festa di S. Ferma in
Civitavecchia loro titolare, ordina alla Sacra Congregazione dei
Riti che sia solennizzata S. Fermina, non essendovi traccia di S.
Ferma nel martirologio romano.
La città, abbellita a giugno del 1699, ospita nel Palazzo
Apostolico (la vecchia Rocca) il principe Antonio I di Monaco che
giunge con quattro galere francesi. Frattanto il salone del nuovo
Palazzo comunale risplende per alcune iscrizioni che ricordano gli
avvenimenti più importanti della lunga storia della città, per i
medaglioni che raffigurano i quindici vescovi di Centumcellae, per
le figure di Innocenzo XII, della Madonna e di S. Fermina,
realizzati da Antonio Amorosi, allievo del Ghezzi. L'anno 1700 ha
inizio con una visita, forse non disinteressata, del granduca di
Toscana. Cosimo III.
A settembre sale sul soglio pontificio Clemente XI (1700-1721).
Sotto il suo pontificato si verifica un riordino nella vita
amministrativa, nelle strutture pubbliche e nell’organizzazione
delle attività portuali; vengono presi provvedimenti per lo
sviluppo edilizio, per i commerci, per la cultura, per il
miglioramento delle condizioni generali della popolazione. Vengono
impartite disposizioni affinché la squadra navale protegga le
linee commerciali, estendendo la vigilanza dallo stretto di
Messina fino all'isola di Montecristo. La popolazione conta in
questo momento 3.208 anime.
Clemente XI porta a compimento le opere intraprese da Innocenzo
XII, a favore dell’approvvigionamento idrico della città.
A novembre del 1706, la Comunità decide di far arrivare i Padri
Dottrinari, protetti e sostenuti dal Cardinale Imperiali, munifico
protettore della città. I Padri, che in Piazza Leandra
istituiscono presso la loro abitazione due primi corsi scolastici,
nel 1733 acquistano uno stabile accanto al loro, e vi edificano la
chiesa che dedicano a S. Nicola da Bari.
Purtroppo le esportazioni dell'allume vanno progressivamente
calando, ma il porto è sempre tappa obbligata per chi deve
recarsi a Roma e per le merci a questa destinate.
Nel 1710 giunge il Domenicano J. B. Labat, con l'incarico di
dirigere i lavori di rifacimento della facciata della Chiesa di S.
Maria e il suo ampliamento. L'arrivo del Labat, che nella sua
permanenza a Civitavecchia, ha modo di scrivere colorite e
schiette pagine sulla vita e sulle consuetudini della città, dà
risalto ai legami sempre più stretti che la nostra comunità
intreccia con la Francia, da dove giungono famiglie e
consuetudini, usi e costumi.
Ripetute sono le visite del cardinale Imperiali, che non è
estraneo alla convenzione sottoscritta con i Padri Cappuccini per
l'edificazione del convento e della chiesa, dedicata a S. Felice
da Cantalice, fuori delle mura della città ove tuttora risiedono,
la cui prima pietra è posta il 22 maggio del 1713.
Importanti lavori di difesa militare sono intrapresi con
l’edificazione di un muraglione che unisce l’opera merlata di
Urbano VIII con la nuova Porta Romana, chiudendo definitivamente
Piazza S. Francesco dal lato mare.
I cantieri del Bernini offrono supporto all'economia della città,
con commesse che giungono anche da altri paesi, ma è il governo
delle galere pontificie, gestito in concessione da privati, che
fornisce sostentamento a numerose famiglie civitavecchiesi che nel
periodo invernale, quando le galere restano inattive, non hanno un
salario garantito.
Alle disavventure sul mare, alle sudate fatiche in terra, alle
carestie invernali, si alternano momenti di mondanità, come
quando a giugno del 1714 giunge in porto la regina Casimira di
Polonia, vedova di Giovanni Sobieski, liberatore di Vienna dai
Turchi, accompagnata dalla principessa Maria Clementina Sobieski,
futura moglie di Giacomo Francesco Stuart (figlio di Giacomo II
d'Inghilterra).
Nel 1715 la nostra squadra si unisce ai Maltesi ed ai Veneziani,
per contrastare le mire ottomane. A luglio dell'anno seguente, la
squadra composta da sette galere, quattro galeoni, due feluche e
sette vascelli parte per Corfù ove opera felicemente con le altre
squadre cristiane.
La vita che i nostri concittadini immolano alle gesta sul mare,
rinsaldano i legami tra la città e il suo destino. Anche nel
1717, come da sempre ogni anno, la squadra parte per Corfù, ove
subisce seri danni nella battaglia presso Capo Matapan.
Nel 1719 è risolta a favore del Comune l’assegnazione
definitiva della tenuta del Sughereto e fissate le disposizioni
sull'uso.
Nel 1720 un’epigrafe posta nella chiesa dei Cappuccini, ci
informa che l'assentista (chi ha in appalto la tenuta della
squadra e del cantiere navale), Giulio Pazzaglia, si è assunto
l'onere di portarne a termine la costruzione con l'annesso
convento.
Nel 1726 Benedetto XIII prende provvedimenti per favorire i
commerci e a tal fine dà mandato per reperire magazzini e per
riparare le strade e i ponti tra Orvieto e Civitavecchia, che fino
alla fine del XVIII secolo vive una momentanea ripresa delle
attività portuali, che ne fanno una piccola ma fiorente città di
mare, che tuttavia ha un retroterra scarsamente produttivo che farà
sentire il suo peso quando le esportazioni di allume entreranno
definitivamente in crisi.
E' un porto che abbisogna continuamente di opere di sistemazione e
riparazione, che soffre della precarietà della sua sicurezza per
la presenza delle due bocche di ponente e di levante, come ancora
una volta dimostrerà un incidente ad una nave inglese, che
ancorata al molo del Bicchiere, a causa di una libecciata si piega
su un fianco e perde il suo carico.
A giugno del 1727, giunge il duca Jean Philippe d'Orleans la cui
nave, fiancheggiata da altre galere al seguito, dà alla fonda
all'antemurale. Il duca, salutato da salve delle navi in porto,
dal suono di trombe e tamburi, scende a terra e si intrattiene in
città una settimana, ospite del console di Francia, Giovanni
Antonio Vidau.
A giugno del 1730 il Pazzaglia, terminata la costruzione della
Chiesa dei Cappuccini, preleva da una catacomba romana il corpo di
una martire, “battezzata” S. Costanza.
Sotto Clemente XII (1730-1740) il fallito disegno di popolare il
Borgo con colonie di ebrei, induce l’Ospedale di S. Michele a
Ripa a vendere a Giuseppe Pazzaglia il palazzaccio del Ghetto, che
a quello scopo era stato edificato e che ora viene occupato da
marinai, popolani e famiglie della campagna.
Il 27 aprile del 1735, ai festeggiamenti in onore di S. Fermina,
assistono i due nipoti del re Giacomo II d'Inghilterra, Carlo
Edoardo principe di Galles e suo fratello Enrico Benedetto, futuro
cardinale di York.
Nel 1737 la popolazione di Civitavecchia conta 4.349 anime.
A marzo di questo anno, i turchi approdati a S. Marinella, ad onta
delle formidabili difese di Civitavecchia, fanno schiava molta
gente di quelle campagne: le loro minacce avranno termine soltanto
alla fine del secolo.
Clemente XII, alla scuola nautica che si tiene in un locale della
Rocca, fa aggiungere una scuola di artiglieria.
Nel primo anno del pontificato di Benedetto XIV (1740-1758),
entrano in porto ben 1.752 navi, di cui però soltanto 25 di
grosso tonnellaggio a dimostrazione che i trasporti, tramite il
nostro scalo, avvengono su naviglio di piccolo o medio
tonnellaggio. Nel 1741, per migliorare le operazioni portuali, con
editto del Camerlengo cardinale Albani, vengono dettate nuove
norme sull'ancoraggio e si concede ai negozianti e mercanti libero
salvacondotto, dichiarando ancora una volta Civitavecchia Porto
Franco.
Il 16 maggio dello stesso anno, all'Arciconfraternita del
Gonfalone viene concesso il privilegio di poter graziare ogni anno
un condannato alla galera a vita.
Il console di Spagna, Romolo Pucitta, per incrementare i commerci,
ripropone alla Segreteria di Stato di accogliere colonie di ebrei
ma questo disegno ancora una volta fallisce, mentre per rianimare
le attività commerciali, il pontefice riconosce l’Università
dei Commercianti di Civitavecchia, che si danno ordinamenti e
statuti.
Per la guerra di Successione in Austria, Civitavecchia assiste sul
mare di fronte all’avvicendarsi delle armate spagnole ed inglesi
e al passaggio di truppe straniere.
Non mancano in questo periodo tuttavia altri interventi
governativi a favore della città: Benedetto XIV autorizza la
spesa per la fontana del Vanvitelli, posta al centro della cortina
merlata, che glorifica la conduzione di acqua nell'ambito portuale
e le riconfermate franchigie.
Il 27 aprile del 1747, il papa giunge a Civitavecchia e durante la
sua permanenza di quattro giorni, visita la città e il porto,
accolto dalle autorità cittadine, dal vescovo di Viterbo, da
notabili di Tarquinia e Vetralla e dal corpo diplomatico.
Ritornato a Roma, emana norme per l'ampliamento edilizio e
l’assetto ambientale e igienico delle abitazioni.
Il 20 gennaio dell'anno successivo, ha inizio l'edificazione del
Palazzo Biamonti (oggi Foschi) sulla Piazza S. Francesco, che dà
l'avvio ad una connotazione urbanistica che resterà integra fino
alla metà del XX secolo.
Vengono poi restaurati i moli, il Lazzaretto, l’Ospedale, i
depositi dei grani, dragati i fondali del porto, sorgono alcune
fabbriche di telerie e gomene, vengono costruite tre nuove mole
per la macinazione dei grani (oggi dette le Molacce).
Il Comune frattanto è oberato dalle spese per il mantenimento
degli acquedotti e per il loro adeguamento allo sviluppo edilizio.
Nel 1755 in Inghilterra sono acquistate due fregate battezzate
“S. Pietro” e “S. Paolo” e poco dopo se ne costruiranno
altre due nell'arsenale del Bernini che verranno battezzate “S.
Clemente” e “S. Carlo”. Con queste fregate, la marineria
pontificia intende ammodernarsi con l'uso della vela in
sostituzione dei remi, per continuare a fare buona guardia ai
convogli commerciali contro le piraterie barbaresche.
Nel 1756 sul molo del Lazzaretto, ha termine la costruzione dei
nuovi granai per l'Annona di Roma, ingrandendo quelli già
esistenti al tempo di Urbano VIII e l'assetto del molo si completa
con l'apertura di una porta nella muraglia della Darsena. A
partire dal 1755 si segnala una ripresa del movimento commerciale
nel porto, segno che è stata superata la crisi del conflitto
scatenatosi tra Austria, Inghilterra, Olanda e Sardegna da una
parte, e Francia, Napoli e Spagna dall'altra.
Anche il successivo pontefice, Clemente XIII (1758-1769), è
prodigo di interventi a favore della città e del porto. Nel 1761
viene realizzato il nuovo scalo sotto Porta Livorno, che verrà
chiamato "la calata" al fine di agevolare le operazioni
di imbarco e sbarco delle merci, mentre nell'arsenale sono in
costruzioni le due nuove fregate a tre alberi, “S. Carlo”, che
Benedetto XIII benedice il 27 aprile del 1762 e la “S.
Clemente” che viene varata il 28 novembre dell'anno successivo.
Questi avvenimenti fanno ben sperare in una ripresa dell'economia
locale, che soffre per il progressivo esaurirsi delle esportazioni
di allume, alle quali si tenta invano di sopperire con tentativi
di estrazioni di altri minerali nei Monti delle Allumiere.
Nel 1761 vengono stampate le prime due storie della città da
Antigono Frangipane e da Gaetano Torraca.
Il primo fa proprio il convincimento che la città potrebbe
ingrandirsi se venissero incentivati i commerci e migliorate le
strutture e i fondali del suo scalo, che è soltanto porto di
transito.
Nel 1762 padre Giacinto Bombacci, ospitando alcune giovani
abbandonate in due locali di Piazza Leandra, getta le basi per
l’edificazione di un conservatorio e ospedale per le donne, che
Clemente XIII istituisce nel 1766 nell'area retrostante la chiesa
di S. Francesco e che prenderà nome della Divina Provvidenza.
Nel 1764 viene costruito il Palazzetto per il Comando della
Piazza, ove oggi è il Museo Nazionale. La città è avviata ad
estendersi fuori delle mura rinascimentali, nel 1769 conta 7.123
anime, ma la vita cittadina si concentra tra Piazza S. Francesco
(attuale Piazza Vittorio Emanuele) e Piazza d'Armi (attuale Piazza
Calamatta).
Nel 1771, regnante Clemente XIV (1769-1774), il governatore della
città, per disciplinare gli approvvigionamenti ittici, fa
costruire in Piazza d'Armi una pescheria e restaurare l’antica
Pietra del Pesce.
In questo stesso periodo viene ampliato l’Ospedale, che si
affaccia su Piazza d'Armi e vengono affidati all'architetto
Francesco Navone i progetti per una grande caserma per la
guarnigione di stanza in città, oggi sede della Guardia di
Finanza e per la nuova chiesa di S. Francesco, demolendo quella
preesistente, che sarà elevata a Cattedrale quando a
Civitavecchia verrà restituita l’antichissima sua Diocesi.
Al porto non hanno sosta interventi di restauro e di rinforzo
degli antemurali, mentre l'arsenale del Bernini, la cui notorietà
per la bravura delle maestranze aveva varcato i confini dello
Stato, nel 1774 è oggetto di visita da parte del duca Enrico
Federico di Cumberland, fratello del re d'Inghilterra Giorgio III.
Nello stesso anno, il Gran Maestro di Malta Imenes de Texada
elargisce premi a queste maestranze in occasione dell'armamento di
galere per conto di questo Ordine.
Con il pontificato di Pio VI (1775-1799), la città, consapevole
del proprio ruolo, entra nel turbinio della fine del secolo.
Ha termine la costruzione del grande edificio, destinato ad
accogliere la guarnigione, disegnato dal Navone. In questa caserma
vengono riuniti i soldati del presidio, gli ufficiali e al terzo
piano gli alloggi del Governatore.
Il 19 agosto del 1775, la Confraternita della Morte ottiene dal
Pontefice di poter liberare ogni anno a Pasqua un condannato a
morte per qualsiasi delitto, eccettuati l'omicidio e il furto.
Nel 1776 Pio VI approva il regolamento per il Conservatorio per le
orfane, ove si avvia una produzione di telami che viene installata
anche nei sotterranei del Quartierone, usando come operai i
forzati.
Famiglie benestanti tentano imprese agricole, utilizzando
manodopera proveniente da altre regioni, o detengono importanti
masserie. Nel 1777 il governo offre in concessione le terre della
Bandita delle Mortelle, per incrementare lo sfruttamento agricolo.
A fronte delle varie iniziative pubbliche o private, la squadra
navale è ridotta alla sola guardia costiera, poiché ancora non
sono rari gli atti pirateschi a danno della navigazione e delle
attività costiere. La squadra navale è ora composta da tre
galere e due corvette.
Nel 1780 gli antichi forni, siti in Piazza Leandra, vengono
sostituiti con un nuovo grandioso edificio che, in tempi moderni,
ospiterà le carceri.
A giugno del 1781, il vescovo Pastrowich consacra la nuova chiesa
di S. Francesco, poco dopo i Padri Conventuali emanano un
documento con il quale reclamano la ricostituzione della diocesi
di Centumcellae.
Nel 1786 Fabrizio Ruffo impianta la marina della dogana e all'uopo
fa costruire quattro feluche con vela latina e remi (si considera
questa iniziativa l'origine della Finanza di Mare).
La città è in piena espansione e ne è dimostrazione la
costruzione del suo primo teatro che prende nome dal suo
progettista, l’architetto Minozzi. Il governo nel 1788 rinnova
l'inclusione della città nell'area del porto franco, con
innumerevoli vantaggi per l'economia locale. In questo stesso anno
Giuseppe Ferrante affresca la cupola della Chiesa dell'Orazione e
Morte.
Nel 1789 entrano in porto 1.517 navi, di cui però soltanto 37 di
grosso tonnellaggio, è quindi sempre uno scalo frequentato da
piccole unità anche quando devono trasportare derrate per Roma,
poiché il Tevere non permette la risalita a grosse navi.
Nel 1789, con iniziativa avveniristica, viene realizzato il nuovo
camposanto, mentre quello dei Cappuccini per alcuni anni ancora
verrà utilizzato dalle famiglie benestanti.
Nel 1791 due tentativi di rivolta dei galeotti, rinchiusi nella
Darsena, testimoniano il radicarsi tra le classi più disperate
delle nuove idee di libertà che provengono dalla Francia.
Comincia a serpeggiare il timore che i francesi tentino di
impadronirsi del porto.
Nel biennio 1792-1794 si danno istruzioni per migliorare le
fortificazioni del porto e della città, che viene cinta da 250
pezzi di artiglieria ma il sistema difensivo è ancora quello del
XVI secolo.
Nel 1793 la squadra navale è composta da tre galere, due galere
di scarto, due guardacoste, quattro lancioni, otto barche
cannoniere, una barca fornella.
Nel 1795 la popolazione, compresa la numerosa guarnigione, è
salita a 10.000 anime.
La grave crisi economica che colpisce lo Stato, induce il Governo
ad autorizzare dei privati a battere monete di metallo ed anche
Civitavecchia, nel 1796, attiva una propria Zecca che sarà in
funzione fino alla fine del secolo.
L'astro di Napoleone è in ascesa e si accinge a proiettare la sua
luce sullo Stato Pontificio. Pio VI è costretto, con la pace di
Tolentino, a lasciare a disposizione dei francesi anche il porto
di Civitavecchia. Nel dicembre del 1797, l'uccisione a Roma del
generale Duphot scatena i francesi, che giungono a Civitavecchia
tra l’11 e il 12 febbraio del 1798 ove il 15 viene proclamata la
repubblica.
Civitavecchia entra a far parte del V° Cantone del Dipartimento
del Cimino, che ha per capoluogo Viterbo.
Quando Napoleone mette in piedi la spedizione in Egitto, la nostra
città diventa sede di raccolta e di imbarco delle divisioni colà
destinate e resta la base per quelle operazioni che non hanno
soltanto intenti militari.
Dopo due mesi di preparativi, il 26 maggio il convoglio che ha
requisito la squadra navale di stanza a Civitavecchia, parte per
la rovinosa spedizione.
Ad una momentanea ricchezza, portata dalla presenza della numerosa
truppa, fa poi seguito un crescente malcontento popolare per le
requisizioni effettuate dai francesi, per fare fronte alle ingenti
spese e soprattutto dopo la notizia che la flotta di Napoleone è
stata distrutta ad Abukir dagli inglesi. Con essa è annientata la
squadra navale pontificia e si deve registrare la perdita di
settanta marinai civitavecchiesi.
Gli avversari di Napoleone tentano di cacciare i francesi da Roma
e questa manovra costringe i transalpini, il 26 novembre del 1798,
a lasciare Civitavecchia per concentrare le truppe a Velletri
contro i Napoletani che risalivano da sud e che frattanto erano
entrati a Civitavecchia, festosamente accolti tanto da
incoraggiare la cittadinanza a darsi un governo provvisorio.
Poiché il 12 dicembre, Roma è nuovamente nelle salde mani dei
Francesi, i Napoletani il 15 lasciano Civitavecchia in balia di se
stessa. I francesi, che della città portuale hanno
strategicamente urgenza di rientrare in possesso, inviano una
delegazione che viene respinta e si vedono costretti alla fine di
gennaio del 1799 a cingerla d'assedio.
Dopo una valida, tenace e valorosa resistenza, ai primi di marzo
il generale Merlin entra in città, accettando le condizioni
onorevoli che la cittadinanza ha fortemente preteso. I rapporti
con i francesi non sono però più quelli idilliaci del tempo
della Repubblica Romana e nel giugno non mancano tentativi di
rivolta. Le sorti dei francesi vanno subendo momentanei rovesci e
mentre da sud ancora una volta risale l'armata napoletana, da nord
scende quella austriaca. Improvvisamente l'11 settembre la flotta
inglese cinge d'assedio il porto e l'ammiraglio Trowbridge inizia
trattative con il generale francese Garnier; il 29 settembre
Civitavecchia e Corneto si consegnano agli inglesi e Roma il
giorno seguente ai napoletani. In nome del re di Napoli, il
generale Naselli prende possesso di Civitavecchia, dichiarando che
il suo compito è quello del ritorno del legittimo governo del
papa. Pio VI, prigioniero dei francesi a Valenza in Spagna, muore
e dal conclave di Venezia nel luglio del 1800 esce Pio VII ma
l'astro di Napoleone è nuovamente in ascesa.
Pio VII, rientrato a Roma il 3 luglio del 1800, pone mano al
riordino amministrativo dello Stato Pontificio, momentaneamente
libero dalle ingerenze francesi: il 31 ottobre istituisce in
Civitavecchia il Tribunale della Annona per il disbrigo delle
pratiche commerciali. In città si insedia nuovamente un
Governatore e si ricostituisce la vecchia magistratura dei
visconti e camerlenghi, che presenta un piano economico per
l'istituzione di scuole pubbliche, di un seminario ed una
collegiata, con la prospettiva del ripristino della antica sede
vescovile.
Con il concordato del 1802, Napoleone dona due brick da guerra,
che ribattezzati “S. Pietro” e “S. Paolo”, riprendono il
controllo delle coste ma il nostro porto vede ridimensionato il
suo ruolo commerciale.
Nel 1804 la parrocchia di S. Maria è affiancata da tre nuove
parrocchie: S. Francesco affidata ai Padri Conventuali, S. Barbara
in Darsena ai Cappuccini e S. Antonio del Borgo (Ghetto) ai
Secolari. Il Comune poi permuta la chiesa del Borgo con quella più
ampia di S. Francesco, più adatta ad accogliervi l’istituenda
Collegiata e dove subentrano i Secolari, tutto ciò in previsione
della ricostituzione della antica diocesi.
Nello stesso anno Pio VII visita la città. Forse è in
conseguenza di questa visita, che nell'anno successivo, su
proposta del cardinale Lante, Tesoriere generale, il Comune
delibera la costruzione di un nuovo ospedale per le donne,
adiacente alla chiesa del Borgo.
Napoleone, proiettato contro gli Anglo-Russi nel luglio del 1807,
si impossessa di Civitavecchia con una forza di tremila uomini,
per destinarli ad operazioni nel cuore dello Stato pontificio,
nuovamente in sua balia. Nel 1809 detronizza Pio VII, ponendo fine
ancora una volta al potere temporale dei Papi. Nel nuovo
ordinamento napoleonico, Civitavecchia forma un Cantone con Tolfa,
Rota, Allumiere, La Bianca, ed entra a far parte del Dipartimento
del Tevere, Circondario di Viterbo. A capo della città è posto
il "maire" Giuseppe Capalti. Per gli affari civili e
penali viene svincolata da Viterbo e assegnata al Tribunale di
Roma, mentre per le questioni commerciali il suo Tribunale di
Commercio viene esteso a tutto il circondario di Viterbo.
Vengono poi istituite due Camere di Commercio, quella di Roma e
quella di Civitavecchia, ove è pure costituito un ufficio per
l'amministrazione dei beni demaniali, con giurisdizione anche sui
Cantoni di Corneto e Bracciano.
Nel 1810 viene poi annessa al circondario di sottoprefettura del
capoluogo del dipartimento di Roma. Civitavecchia in sostanza vede
raggiunte alcune vecchie aspirazioni e il riconoscimento di un
ruolo a lungo agognato.
Napoleone è particolarmente interessato al possesso e alla difesa
strategica del nostro porto, ne immagina un suo ingrandimento che
non si realizzerà. La disfatta francese in Russia determina il
definitivo crollo napoleonico, a febbraio del 1814 le truppe
francesi lasciano con l'onore delle armi la città, che dopo 15
anni vede il ritorno momentaneo delle truppe napoletane fedeli al
Papa.
Pio VII fa rientro a Roma, trionfalmente accolto il 24 maggio del
1814, e dà mandato al cardinale Consalvi di riordinare lo Stato
della Chiesa, che viene diviso in 11 province con 18 delegazioni.
La provincia del Patrimonio di S. Pietro comprende le Delegazioni
di Civitavecchia e Viterbo. Quella di Civitavecchia racchiude
Corneto, Tolfa, Toscanella, Cerveteri, Montalto, Allumiere,
Civitella Cesi, Manziana, Monte Romano. A capo della Delegazione
è un prelato. La Magistratura cittadina è invece costituita da
un gonfaloniere che si avvale di una giunta di sei anziani,
proposti dal consiglio e nominati dal governo.
La recrudescenza degli atti di pirateria sul mare, aggrava la
precaria situazione economica della città, ove viene stanziata
per la difesa una compagnia composta da oltre cento militari di
vario grado, che con le rispettive famiglie accrescono la
popolazione. Nell'arsenale del Bernini vengono costruite piccole
imbarcazioni per compiti di guardacoste e controlli doganali.
Tra il 1815 e il 1817 il malumore generale favorisce il pullulare
di sette segrete e logge carbonare, di cui si avverte sentore
anche nella nostra città, che risente gravemente dello
sconvolgimento dei tradizionali traffici, della distruzione della
sua flotta e dei profondi mutamenti vissuti dall'economia europea.
Sono battelli prevalentemente napoletani, toscani e sardi che
approvvigionano Roma risalendo il Tevere. impedendo, di fatto, un
potenziamento della marineria locale.
Conseguentemente la fabbrica di telerie soffre un’irreparabile
crisi economica e non sono sufficienti a soddisfare le esigenze
economiche della popolazione, l’istituzione di una privativa per
la salatura delle alici e il lavoro offerto dall'arsenale. La
flotta mercantile nazionale è ridotta ad una decina di feluche,
impegnate per il trasporto del grano a Roma ma che quasi sempre
compiono il viaggio di ritorno vuote, per le croniche carenze di
un mercato nella nostra città.
Nel 1820 i movimenti rivoluzionari, che si estendono in tutta
Italia, investono anche Civitavecchia, dove di riflesso si accende
una rivolta dei galeotti che viene repressa con il contributo
della stessa popolazione. Vari progetti e proposte per migliorare
i commerci e l'economia cittadina vedono la luce in questo
periodo; si richiedono lavori al molo del Lazzaretto,
incentivazioni per l'arsenale, per il miglioramento urbanistico
della città, per rianimare la pesca, per ottenere facilitazioni
economiche e riduzione dei dazi, per il mantenimento del porto
franco che il Governo minaccia di eliminare. Nel 1823, con la
costruzione della goletta “S. Pietro”, si confida in una
ripresa dell'arsenale, che stentatamente continua a distribuire
lavoro alla esigua maestranza che vi dipende. Ma la realtà è
pure aggravata dalla scarsezza dell’imprenditorialità locale e
dalla concentrazione nelle mani di poche famiglie delle esigue
risorse commerciali, agricole e produttive.
A fronte del perdurare della crisi economica, che attanaglia tutto
lo Stato, con Leone XII (1823-1829), Civitavecchia paventa la
minacciata soppressione delle franchigie, che in qualche modo
contribuiscono a rendere meno grave la tragica situazione
economica della città. Le suppliche al riguardo ottengono
effetto, se il Porto Franco viene rinnovato sia a Civitavecchia
che ad Ancona. L’inesistenza di fatto della marineria pontificia
si ripercuote gravemente sull'economia della città, tuttavia non
mancano timidi tentativi per ridare fiato alle attività portuali.
Nel 1824 è ripristinato il Tribunale del Commercio, si
incrementano i servizi postali, si detta un nuovo regolamento
dell'arsenale. Nel contempo si riduce il numero delle Delegazioni
talché Civitavecchia è di nuovo unita a Viterbo, dando origine
ad una delegazione contraddistinta con ambedue i nomi e avente due
capoluoghi.
Finalmente con Bolla del 12 dicembre 1825, Leone XII restituisce a
Civitavecchia la propria antica e gloriosa sede vescovile.
Una piccola ripresa delle attività dell'arsenale fa ben sperare
ma si tratta di costruzioni modeste, giacché quasi tutte le
grosse navi, costruite in questo periodo, provengono dai cantieri
dell'Adriatico.
Intanto si fanno strada i primi progetti per l'abbattimento delle
mura di cinta e dei bastioni, considerati un ostacolo
all’espansione delle aree abitative, ritenute necessarie per
offrire più decorosi alloggi ai numerosi braccianti occasionali e
facchini, che stentatamente vivono delle saltuarie attività
legate al porto.
Nel 1827 per stimolare la pesca, una delle poche vie per portare
linfa all'economia cittadina, Leone XII emana disposizioni per far
costruire nell'arsenale paranze e barche da pesca a spese dello
Stato.
Contemporaneamente, la riforma della amministrazione locale
prevede ora due classi di consiglieri: il ceto nobile e il ceto
civico, creando, di fatto, una distinzione oligarchica che per
lungo tempo condizionerà la vita cittadina.
Del ceto nobile entrano a far parte i 24 più ricchi cittadini; al
ceto civico aderiscono i commercianti, gli agricoltori, i
possidenti e i capi d'arti più facoltosi.
Nel 1828 viene ricostituita la Camera di Commercio, che negli anni
a venire sarà il motore propulsore di molte delle iniziative
economiche, politiche e culturali cittadine.
Nel 1829 viene finalmente eretto il Seminario, che però vivrà
episodicamente tra molte difficoltà.
Nel periodo del breve pontificato di Pio VIII (1829-1830), viene
portato a termine l'edificio dell'episcopio con il che si spera
che il Seminario possa definitivamente aprirsi.
E' con Gregorio XVI (1831-1846) che Civitavecchia sembra rivivere
i fasti delle passate e fruttuose visite dei pontefici.
A giugno del 1831 giunge in città, inviato come console di
Francia, Henry Beyle, celebre con lo pseudonimo letterario di
Stendhal, che lascia giudizi poco lusinghieri sulla nostra città,
abituato com’è ai salotti, al bel mondo e ai teatri delle
grandi città. A Civitavecchia ha per amico l'antiquario Donato
Bucci, con il quale si accompagna per una se, non l'unica, sua
distrazione: gli scavi archeologici.
Il grave disagio, provocato dalla diffusa povertà e dalla
concentrazione nelle mani di poche famiglie della ricchezza,
rendono inquieto il governo ecclesiastico, che paventa il
rigurgito di cospirazioni liberali e perciò tiene d'occhio chi
sbarca nel porto. Forse convinto dai rappresentanti delle potenze
europee, che sollecitavano l’attuazione di sostanziali mutamenti
nell’amministrazione dello Stato, Gregorio XVI, il 5 luglio del
1831, distacca nuovamente Civitavecchia da Viterbo. La
ricostituisce in Delegazione autonoma con due distretti,
Civitavecchia e Corneto, ma con riduzione del territorio poiché
le rimangono Tolfa, Rota, Montalto, Allumiere, Corneto, Canale
Monterano con Montevirginio, Ceri, Cerveteri, Manziana,
Monteromano, S. Marinella, S. Severa, Palo, Castel Giuliano e
Sasso.
Il 20 maggio del 1835, Gregorio XVI visita la città e il porto,
Allumiere e le Saline di Corneto. Con questa visita si intravede
un rafforzato interesse dello Stato per il porto di Roma. Vengono,
infatti, intrapresi lavori di fondazione nel molo di ponente,
deliberato l'abbattimento delle mura bastionate e del terrapieno
che divideva la città dal Borgo e con la terra di riporto viene
sistemata la fascia costiera che, con duplice fila di alberi,
sagomerà il lungomare (oggi Garibaldi).
Nel 1837 Pietro Manzi dà alle stampe una dissertazione dal titolo
"Stato antico e attuale del Porto Città e Provincia di
Civitavecchia", ove mette in luce pregi e difetti della città
e della sua classe dirigente, lamenta il danno arrecato dagli
infruttuosi latifondi e dalla scarsa lungimiranza del Governo,
dalla decadenza dei commerci marittimi. Basti pensare che nel 1833
entrano in porto soltanto 254 piroscafi, per complessive 31.116
tonnellate di merci.
Nel 1837 il Governo fissa un premio di 50 baiocchi per ogni rubbio
di grano che venga trasportato via mare nei porti del
Mediterraneo. Civitavecchia trae giovamento dai provvedimenti
presi da Gregorio XVI e anela ad un più qualificato sviluppo, che
prende corpo nel 1837, con la presentazione di un progetto per la
costruzione di un nuovo teatro da denominarsi Traiano. Frattanto
nuove prospettive si aprono per il porto, giacché la Francia
istituisce una regolare linea da Marsiglia ad Alessandria
d’Egitto, con scalo a Civitavecchia.
Nel 1838 vede la luce un documento, nel quale sono puntualizzati i
provvedimenti che dopo la visita del Pontefice, vengono emanati
dalla Segreteria di Stato a favore del porto e della città. I
lavori, iniziati nel 1836, nel 1838 sono già messi in pratica con
il rafforzamento dell'antemurale e delle banchine, con le
riparazioni al Lazzaretto e al moletto della Sanità e
all'arsenale e con il parziale spurgo della bocca di Ponente, ma
nello stesso anno i lavori subiscono un’improvvisa sospensione.
Probabilmente non sono estranee manovre ritardatarie poste in
essere dalla Toscana, timorosa come sempre dei danni che possono
derivare al porto di Livorno da un potenziamento del nostro scalo,
che tuttavia vede un incremento dei suoi traffici e
l’istituzione di regolari linee con vapori francesi ed un
aumento dello scambio di corrispondenze con il Viterbese e
l'Umbria. In questo stesso anno, il Comune assegna vari lotti per
il reclamato sviluppo urbano e le famiglie benestanti se ne
appropriano: nasce così Via Gregoriana (l'attuale Corso
Centocelle), sorgono i palazzi Guglielmi, Palomba ed Alibrandi.
A settembre del 1840, Alessandro Cialdi onora la marina pontificia
partendo dal nostro porto per l'Egitto, per risalire il Nilo e
caricare le colonne di alabastro donate al Papa dal viceré
d'Egitto, che giungono a Civitavecchia il 16 agosto dell'anno
seguente.
Nel 1841 vengono intrapresi importanti lavori di sistemazione e
riparazione nel porto, dragati i fondali e sull'isola
frangiflutti, utilizzando ciò che resta di una delle torri di
epoca romana, viene costruito il fortino detto
"Gregoriano", omaggio al papa regnante.
Mentre la Camera di Commercio si occupa di un progetto per una
strada che metta Civitavecchia in comunicazione con Ancona,
l’amministrazione comunale è alle prese con l'annoso e sempre
grave problema dell'approvvigionamento idrico.
Il 17 settembre del 1842, Gregorio XVI giunge ancora una volta a
Civitavecchia, visita la città e il porto a bordo del brick “S.
Pietro”, lascia la città il successivo 22. In questa occasione
gli operatori economici chiedono al Pontefice agevolazioni per la
marineria nazionale, onde far fronte alla concorrenza delle
marinerie straniere.
La Camera di Commercio frattanto mette a disposizione una somma
per l’ultimazione della costruzione del Teatro Traiano. E'
questo ente, infatti, che con notevoli contributi supplisce alle
scarse risorse del Comune. Quasi a voler solennizzare
l'interessamento del Pontefice per la città, per i giorni 18-21
maggio si pubblica un vistoso programma per i festeggiamenti in
onore di S. Fermina. Nel 1845 i fratelli Bruzzesi ottengono dal
Comune un compenso per aver costruito lo "Stabilimento dei
bagni", che dà inizio alla tradizione turistica di
Civitavecchia come luogo di villeggiatura estiva.
Nel 1844 la Camera di Commercio interviene per finanziare le spese
per la causa di beatificazione del concittadino Monsignor Vincenzo
Strambi, morto al Quirinale il 1 gennaio del 1824.
Nel 1845 l'arsenale vara lo scafo in legno "Tevere",
dotato di vapore e destinato al servizio sull’omonimo fiume. E'
un modesto segno di una attività cantieristica, che in qualche
modo assicura direttamente o indirettamente un reddito a molte
famiglie cittadine.
Nel 1846 l’elezione di Pio IX (1846-1878), che non è
insensibile alle idee liberali, accende le speranze di Garibaldi,
Mazzini e Carlo Alberto e degli Italiani, per un’unità delle
forze nazionali contro l'Austria.
A Civitavecchia il Consiglio comunale segue a dibattersi nella
normalità di un’amministrazione, che deve far quadrare un
bilancio ben modesto e che deve armonizzare le richieste
corporative dei fornai con le esigenze della popolazione più
povera. Per eliminare lo sconcio della vendita del pesce sulle
strade si prende in esame la proposta di erigere una pescheria
pubblica.
A dicembre del 1846, viene data alle stampe una
"Lettera" di Alessandro Cialdi, dal titolo "Quale
debba essere il Porto di Roma e ciò che meglio convenga a
Civitavecchia e ad Anzio". Il Cialdi confuta l'utilità di
una ferrovia che congiunga direttamente Roma ad Ancona, mentre
auspica una linea che passando per Orte, unisca Civitavecchia ad
Ancona, per contrastare la concorrenza di Livorno ed auspica il
trasferimento del Lazzaretto alla Punta del Pecoraro, e il
mantenimento del Porto Franco.
Nello stesso anno Benedetto Blasi, segretario della Camera di
Commercio, pubblica il volume "Del danno che avverrebbe allo
Stato pontificio di qualunque strada ferrata di comunicazione fra
la Toscana e l'Adriatico" aderendo alle proposte del Cialdi.
Nel 1847 una delegazione cittadina si reca da Pio IX, per esporre
i problemi della marina mercantile; il Consiglio municipale
approva la spesa per sostenere gli interessi della città
nell'ordinamento delle strade ferrate, poiché si fa strada il
convincimento che, dalla ferrovia, la città e il porto potranno
trarre grande giovamento.
A marzo nel Palazzo comunale, trentasei notabili cittadini si
riuniscono per fondare la Cassa di Risparmio, di cui è primo
presidente Felice Guglielmi.
La momentanea liberalità di Pio IX sembra incoraggiare iniziative
commerciali e culturali:si esamina la domanda di alcuni cittadini
per l’istituzione della Guardia Civica, che già s'è formata a
Roma. In questo periodo il movimento portuale è in incremento, in
porto approdano circa duemila bastimenti, compresi gli arrivi di
duecento piroscafi mercantili e di guerra, per complessive 155.000
tonnellate ed un transito di 250.000 passeggeri. L'arsenale
viceversa langue e si limita ai soli lavori di riparazione.
Nel 1848 il Consiglio comunale discute sulla partecipazione del
Comune alla società per la strada ferrata Roma-Civitavecchia ed a
febbraio inneggia al nuovo statuto emanato da Pio IX, ma
all'orizzonte si prevedono tempi burrascosi, talché a maggio
delibera di rimandare a tempi più lieti i festeggiamenti in onore
di S. Fermina.
Pio IX, dopo le Cinque giornate di Milano e l'intervento di Carlo
Alberto contro l'Austria, comincia a temere le conseguenze del suo
coinvolgimento e paventandosi un suo allontanamento da Roma,
l'ambasciatore spagnolo invia a Civitavecchia la nave
“Lepanto”, mettendola a disposizione del Pontefice se questi
avesse accettato l’offerta di trovare rifugio in Spagna, ma poi
questa nave torna in patria per riparazioni.
Il Consiglio comunale delibera di stanziare una somma per
soccorrere gli animosi che difendono a Venezia la causa italiana
contro l'Austria.
La situazione precipita: la Francia invia a Civitavecchia la nave
“Tenare” per porla al servizio di Pio IX; mentre l'Austria
invade l'Emilia. La delusione dei liberali e di tutti coloro che
avevano confidato nelle simpatie di Pio IX per la causa nazionale,
è forte e sfocia nell'assassinio del presidente del suo governo,
Pellegrino Rossi, il 15 novembre del 1848. Al pontefice viene
imposto un governo democratico. Pio IX nella notte del 25 novembre
ripara a Gaeta. A Roma viene proclamata la repubblica.
A Civitavecchia, ironia della sorte, la Camera di Commercio
pubblica l'avviso dell’istituzione della scuola di lingua
francese.
A dicembre il Governo provvisorio indice le elezioni per
l'Assemblea nazionale. Civitavecchia, che è capoluogo del
Circondario elettorale, il 21 gennaio del 1849 partecipa,
esultante, con i paesi limitrofi, alle operazioni di voto nel
Teatro Traiano.
Il 9 febbraio a Roma l'Assemblea costituente dichiara decaduto il
potere temporale. La Magistratura e il Consiglio comunale
civitavecchiesi aderiscono con entusiasmo alla Repubblica.
A febbraio si riunisce per la prima volta il Consiglio municipale
che è convocato "In nome di Dio e del Popolo", che
prende in esame e delibera su una controversa richiesta del
Circolo Nazionale e del Circolo Popolare, favorevoli alla
soppressione della Cattedrale e ad una riforma dell'Istruzione
pubblica e del Culto.
Il giornalista toscano, di soli 26 anni, Michele Mannucci è
designato il 20 marzo a dirigere la Provincia di Civitavecchia,
ove non mancano oppositori del nuovo regime.
Il governo centrale trasferisce da Ancona a Civitavecchia il
comando dell’istituenda flotta repubblicana, affidandolo al
Cialdi che, in una lettera al ministro Montecchi, esprime il suo
malumore per gli ostacoli che, principalmente da Livorno, vengono
frapposti ad uno sviluppo delle attività portuali di
Civitavecchia e propone alla Camera di Commercio alcune
iniziative.
Il 14 aprile a Gaeta, le potenze europee discutono per un
intervento armato per restaurare sul trono Pio IX, ma è la
Francia repubblicana, temendo l'eccessiva ingerenza dell'Austria
negli affari italiani, che prende l'iniziativa di occupare
Civitavecchia come testa di ponte per abbattere la Repubblica
Romana.
Il 23 aprile giunge in porto il piroscafo postale francese “Adolphy”,
con la comunicazione che sono in arrivo navi francesi. In attesa
di conoscere le loro reali intenzioni, Giuseppe Mazzini scrive al
Mannucci di opporsi ad ogni ingerenza straniera e di resistere per
l'onore della Repubblica. Il giorno 24, da una fregata francese,
scendono a terra parlamentari del generale Oudinot, tra cui il
maggiore Espivent, che assicurano sulle loro intenzioni amichevoli
con un messaggio sibillino. Il Mannucci è decisamente orientato a
rifiutare le proposte apparentemente allettanti. Viceversa queste
vengono favorevolmente accolte dai rappresentanti della città,
della Camera di Commercio e dal comandante della Guardia
Nazionale, che inviano al generale Oudinot la dichiarazione che
non intendono frapporre nessun ostacolo allo sbarco delle truppe,
fiduciosi nei principi di fraternità e di amicizia ostentati
dalla Francia repubblicana.
In nottata giunge al Mannucci, che è palesemente costernato, una
lettera di Mazzini che non promette i rinforzi richiesti ma
ribadisce l'invito a resistere.
La flotta francese, al comando dell'ammiraglio Trehouart, composta
di undici navi, è di fronte al porto. Si fa velocemente strada il
convincimento che la difesa è inattuabile e che bisogna evitare
danni inutili alla città, sicché il Consiglio Municipio, in data
25 aprile, presenta al comandante francese un documento nel quale
si esprime fiducia nell'amicizia dei francesi, adesione agli
ideali della Repubblica Romana e la conferma dell'intento di non
frapporre ostacoli allo sbarco delle truppe. Da Roma la condanna
alla città e all'operato dell'impotente Mannucci.
I francesi sbarcano 7.000 uomini senza alcuna difficoltà. Il 28
aprile, il loro comandante, Oudinot, pone Civitavecchia in stato
di assedio, ordina la chiusura di ogni circolo, il divieto di ogni
riunione politica, la chiusura del caffè principale in Piazza S.
Francesco, scioglie la Guardia Nazionale, occupa tutti i punti
nevralgici della città. Il Mannucci non può fare altro che
reclamare per il mancato rispetto delle solenni assicurazioni di
amicizia. La sera stessa il contingente francese si avvia per
porre l'assedio a Roma.
Ha termine così in Civitavecchia il breve periodo del governo
repubblicano ed i francesi insediano, come governatore civile
della città e del circondario, Vincenzo Coleine. Roma capitola
dopo un’eroica e strenua difesa. Il 18 luglio a Civitavecchia,
il comandante della guarnigione francese comunica che il giorno
successivo, in Cattedrale, sarà celebrata una messa in onore dei
francesi caduti "per la santa causa dell'ordine e della
civilizzazione".
Il 24 luglio, un decreto del Comandante superiore di Civitavecchia
e del suo circondario, colonnello Ardant, sospende
provvisoriamente le funzioni del Consiglio municipale, ed è la
Magistratura civica che, concentrando tutte le funzioni, riprende
l'attività amministrativa.
Nella prima riunione si approva la spesa per il “Te Deum” in
ringraziamento per la rinata autorità pontificia e per la messa
in suffragio dei soldati francesi morti in Italia.
Dal 1849 è il Commissario pontificio per le Province del
Patrimonio che esercita il potere governativo e non più il
comandante francese.
La Commissione municipale, che deve affrontare il delicato momento
del ritorno ad una amministrazione regolare, caratterizzato dalla
presenza delle truppe francesi che gravano sulle traballanti casse
municipali, si vede costretta a chiedere al Delegato Apostolico,
nel suo ruolo di presidente della Camera di Commercio, un sostegno
economico.
Come se non bastasse, il 1 febbraio del 1850 la Commissione
governativa di Stato esclude le città di Ancona e Civitavecchia
dalle franchigie, lasciandole solo nell'ambito portuale, con molte
limitazioni, causando prevedibili malumori, rimostranze e
suppliche.
La restaurazione tocca il suo culmine il 12 aprile, quando la città
è convocata dal Delegato Pontificio nella Cattedrale per la
celebrazione di una messa solenne di ringraziamento per il ritorno
di Pio IX.
Tuttavia per la presenza delle truppe francesi, e di regolari
scali di compagnie francesi ed anche inglesi, il porto vede
incrementare i suoi traffici, ma d’altro canto è opprimente la
presenza dei transalpini, che occupano vari caseggiati in città,
creando serie difficoltà economiche alle casse comunali poiché
su di esse gravano gli affitti, nonostante che Oudinot, nel suo
proclama, avesse assicurato che le spese sarebbero state pagate
dalle truppe in moneta contante.
La Commissione municipale si vede costretta ad esprimere la volontà
di tassare le classi più agiate ed i negozianti, che dalla
presenza delle truppe traggono benefici. Non potendo tassare il
macinato, perché il pane è il principale alimento delle classi
povere, ritiene tassabile il vino e la carne.
Vincenzo Annovazzi a giugno chiede alla Camera di Commercio un
contributo per dare alle stampe la sua “Storia di Civitavecchia”,
che esce postuma nel 1853.
Viene assegnato a Giuseppe Bruzzesi un sussidio per l'impianto dei
"Bagni di mare", a condizione che per il buon costume,
tenga divisa la zona destinata alle donne da quella per gli uomini
(è una porzione di quello che sarà chiamato il "Pirgo").
Nel 1851 la situazione dell'arsenale è ancora precaria, le
commesse scarseggiano per la mancanza di coraggiose iniziative
private, per la carenza di imprenditori marittimi dalle solide
basi economiche, capaci di affrontare la politica commerciale
catalizzata dalla Capitale, per la scarsità di personale
specializzato che si deve chiamare da Ancona. Tra il 1852 e il
1856 si avrà invece un incremento, mentre il porto continua ad
avvantaggiarsi delle franchigie, che alla città viceversa sono
state tolte.
Tale situazione favorevole dei traffici portuali, pone la nostra
città al centro dell’attenzione degli affaristi di tutta
Europa, in previsione della costruzione della ferrovia
Roma-Civitavecchia. Sta per avverarsi il sogno di Pietro Manzi e
di Benedetto Blasi.
Nel 1854 finalmente viene attuata la piena restituzione delle
franchigie portuali, mantenendo separato lo scalo dalla città.
Nello stesso anno Alessandro Lesseps, che nel 1849 era sbarcato a
Civitavecchia al seguito dell'Oudinot, viene incaricato da una
società francese di studiare l'ampliamento del porto, ma il
Governo pontificio risponde: "siamo troppo piccoli per
un'impresa cosi grande".
Il 14 giugno vengono unite le diocesi di Civitavecchia e Tarquinia
e questa chiede di avere il Seminario, essendo stato chiuso quello
di Civitavecchia, perché occupato dalle truppe francesi.
Civitavecchia presenta, tramite l'avvocato Casimiro Guglielmotti,
ricorso che per il momento non sembra avere avuto esito anche
perché il fabbricato resterà occupato per lungo tempo.
Il 23 aprile del 1856, il Governo Pontificio firma la concessione
alla società "Pio-Centrale" per la costruzione e
gestione della tanto attesa linea ferrata.
Nello stesso anno viene appaltata la linea telegrafica elettrica
Roma-Civitavecchia.
Tra il 13 e il 17 ottobre, Pio IX onora la città, visita il
porto, la darsena e la stazione ferroviaria in costruzione.
A marzo del 1859 la linea ferroviaria è ultimata e viene
collaudata con un convoglio che parte da Civitavecchia alle 6,30 e
giunge alla Stazione di Porta Portese alle 9,30 con 240 persone,
in maggioranza pescatori che recano doni al Pontefice. Con
l'apertura della linea ferroviaria, la stragrande maggioranza dei
trasporti marittimi per la capitale si sposta nel nostro porto a
danno della linea fluviale, che per lungo tempo aveva posto limiti
agli interessi delle classi commerciali e imprenditoriali di
Civitavecchia. A maggio, vengono offerte sostanziali riduzioni
delle tariffe ferroviarie, per quanti vogliano raggiungere
Civitavecchia in occasione dei festeggiamenti in onore di S.
Fermina, nasce così il turismo ferroviario.
Nel 1860, quando Garibaldi entra a Napoli, il governo di Cavour
decide di inviare due corpi d'armata contro lo Stato Pontificio.
Il 7 settembre, da Torino parte il Conte della Minerva per recare
l'ultimatum al cardinale Antonelli, Segretario di Stato di Pio IX.
Giunge a Civitavecchia il giorno 10, ma gli viene impedito di
proseguire per Roma e deve consegnare il plico al Delegato
Apostolico della nostra città.
L'esercito pontificio non è in grado di fermare l'avanzata di
quello piemontese. L'Umbria viene liberata e il 24 settembre una
colonna italiana, guidata dal colonnello Masi, si avvia per
occupare Corneto ma i francesi di stanza a Civitavecchia avanzano
su questa città e costringono il Masi a ritirarsi a Toscanella.
Dal 1860 lo Stato Pontificio è ridotto al solo Lazio, suddiviso
fra la Comarca di Roma e le quattro delegazioni di Frosinone,
Velletri, Viterbo e Civitavecchia, l'unico porto a disposizione
del Papa, protetto dalle truppe francesi. Questa situazione
favorisce una ripresa delle attività commerciali dello scalo ed
un incremento dell'attività dell'arsenale.
Nel 1861 Alessandro Cialdi, consapevole dell’esiguità delle
banchine e della superficie del bacino interno, della ristrettezza
dell’ingresso alla darsena, dell'esiguità del collegamento
ferroviario, pubblica un "Disegno per l'ingrandimento e
meglioramento del porto di Civitavecchia", con il quale
propone lo scavo di un bacino tra il forte del Bramante e la
stazione ferroviaria. Nel 1862 presenta questo progetto alla
Camera di Commercio, che rimane però un suo sogno.
Il 7 ottobre del 1861, Pio IX parte da Roma alle 8,30 in treno,
visita Civitavecchia e alle 18,30 ritorna nella Capitale.
Con l'apertura della linea ferroviaria, il Genio militare francese
costruisce una nuova cinta che racchiude il fascio di binari ed
ampie aree che vengono messe a disposizione dello sviluppo
edilizio della città. Il Comune emana perciò un Regolamento
edilizio, nel quale tra le tante disposizioni si specifica che gli
edifici, invece che da tetti, potranno essere coperti da terrazze.
Ad aprile del 1863, Fra Raffaele de Ponticelli, Ministro generale
dell'Ordine dei Minori Osservanti, richiede a Pio IX di poter
edificare una chiesa con annesso convento sulla Via Aurelia a sud
della Stazione ferroviaria (sarà la chiesa oggi comunemente detta
dei Martiri Giapponesi, la cui prima pietra verrà posta il 13
giugno dell'anno successivo).
A giugno dello stesso 1863, la Camera di Commercio si oppone al
prolungamento della linea ferrata nell'interno del porto,
sostenendo che il nuovo tronco avrebbe danneggiato le attività
dell'arsenale, i facchini, i commercianti ed i trasportatori
operanti nell'ambito portale, palesando una spasmodica difesa di
interessi corporativi che mal si concilia con l'esigenza di un
ammodernamento indispensabile per controbattere la concorrenza di
altri porti. Per altro verso a novembre, il Governo centrale
concede alla società delle ferrovie il prolungamento verso nord
fino al confine con la Toscana, ove la ferrovia italiana già
arriva al Chiarone, poco distante da Montalto.
Nel 1864 la Camera di Commercio concede alla Venerabile
Confraternita del Gonfalone un contributo per i restauri da
eseguire nella Chiesa di Maria Santissima delle Grazie, detta
anche della Stella.
In questo momento purtroppo la crisi in cui versa lo Stato, si
riflette pure sulle attività commerciali del porto, che soffrono
per il mancato sviluppo della marineria pontificia mentre
l'arsenale è utilizzato dai francesi che, di fatto, monopolizzano
le attività portuali, soltanto per riparazioni e interventi
d'urgenza.
Nel 1865 il Comune concede alla Compagnia di Gesù un’area non
distante dalla Stazione ferroviaria, per l’edificazione di una
Residenza dipendente dal Collegio Romano della Compagnia, che non
si realizzerà (vi verrà edificata nei primi anni del secolo
seguente la Chiesa con l'Oratorio dei Salesiani).
Due sono le questioni che maggiormente impegnano gli
amministratori locali: l'utilizzazione delle aree destinate
all'ampliamento urbano, per la quale il Comune opera per venire
incontro con facilitazioni ai richiedenti; il progetto relativo
alla costruzione della linea ferrata che dovrà congiungere
Civitavecchia ad Orbetello, che crea non poche perplessità e
contrastanti opinioni. Tra l'agosto del 1866 e l'aprile del 1867
numerose adunanze consiliari sono impegnate nell'esame di questo
progetto, che prevede il passaggio nell'interno della nuova cinta
muraria edificata dal Genio francese (si tratta del tracciato
odierno).
Animate e talvolta accese discussioni nascono tra coloro che sono
favorevoli a tale ipotesi e coloro che sono contrari, prevedendo
danni irreparabili da una trincera che dividerebbe la città in
due.
La società offre pure lauti compensi, ma sta di fatto che il
Consiglio esprime pare negativo, sebbene il Governo centrale deve
aver sin dal principio assicurata la realizzazione del passaggio
interno. La realtà è che il 22 giugno del 1867 il tratto
ferroviario che unisce Orbetello a Civitavecchia viene aperto al
pubblico.
Questa realizzazione porterà una contrazione dei trasporti
marittimi da e per la capitale, che aggraverà la crisi economica,
provocata dalla soppressione definitiva delle franchigie, in
coincidenza con la collocazione, all'interno del nuovo muro di
cinta, del campo francese e dalla partenza dell'ultimo contingente
delle truppe di Napoleone III, rimasto nello Stato Pontificio, che
si imbarca il 13 dicembre del 1866.
A ottobre del 1867, Garibaldi tenta con le sue Camicie rosse di
marciare su Roma ma la Francia invia a Civitavecchia due divisioni
al comando del generale De Failly, che con quelle pontificie al
comando del gen. Kanzler, sconfiggono le truppe garibaldine a
Mentana. La Francia, nuovamente schierata per sostenere il residuo
potere temporale, continua ad inviare truppe fino a gennaio del
1868 e si rende necessario acquartierarle in Civitavecchia, dove
ancora una volta vengono affittati i precedenti locali ma anche
dei nuovi di proprietà Alibrandi, nonché edifici non ancora
completati nell'area che costituirà il rione Nona, di proprietà
dei Guglielmotti, ma gli affitti ancora una volta graveranno sulle
casse comunali.
Pio IX torna a Civitavecchia il 26 ottobre e per l'occasione si
organizza una regata, e gli si presenta un progetto di una
ferrovia per Viterbo. Pio IX visita il costruendo nuovo carcere
presso il Prato del Turco, su progetto del De Merode.
In occasione del giubileo sacerdotale di Pio IX, celebrato il 31
luglio del 1869, la Camera di Commercio, in rappresentanza della
popolazione di Civitavecchia, offre al pontefice un eccezionale
album fotografico di dodici foto, arricchito da un’artistica
copertina rivestita di motivi floreali in argento.
Il 10 novembre viene approvato lo Statuto della Società Anonima
per l'Illuminazione a Gas della città. La città esce dalle
tenebre notturne.
A gennaio del 1870 è eletto l'ultimo Consiglio comunale
pontificio, che è subito alle prese con la disastrosa situazione
economica, imputabile alle spese per il casermaggio delle truppe
francesi. L’amministrazione comunale si trova pure alle prese
con complessi problemi di viabilità tra il centro storico e le
aree tagliate dalla trincea ferroviaria.
La storia di Civitavecchia papale è al suo epilogo. Il 19 luglio
Napoleone III è in guerra con la Prussia e il mese dopo il
contingente francese lascia Roma, imbarcandosi ancora una volta
nel nostro porto. Il 6 settembre, dopo la tragica sconfitta dei
francesi a Sedan, il Governo italiano decide l'intervento armato
per la conquista di Roma. Il giorno successivo, come mai si era
verificato, il verbale della riunione del Consiglio comunale di
Civitavecchia non reca la sigla di chiusura né le firme
prescritte, forse segno di un improvviso accadimento che anticipa
l’ormai imminente rovina del governo pontificio.
All’avvicinarsi del contingente italiano, comandato dal generale
Nino Bixio, la popolazione scende a 6.000 abitanti, poiché in
gran numero abbandonano la città. Le forze militari, che
dovrebbero difendere la piazzaforte, ammontano a 35 ufficiali e
890 uomini, più una sezione di artiglieria di campagna, 173 pezzi
di artiglieria e abbondante munizionamento.
Il 13 settembre si riunisce il"consiglio di difesa". Il
colonnello Serra, il comandante spagnolo della piazza di
Civitavecchia, il 14 invia conferma a Roma che tutto è pronto per
opporre resistenza, ribadendo così implicitamente, che il
consiglio di guerra ha deliberato di sostenere l'assedio, ma non
nasconde qualche incertezza sulla tenuta delle sue truppe, tra le
quali serpeggia qualche avversione. Il 15 sopraggiungono altri
rinforzi dai centri circonvicini e la città può contare su 800
uomini a terra e su altri 300 per il fronte a mare, per impedire
l'ingresso della flotta italiana, comandata dall'ammiraglio Del
Carretto.
Nino Bixio invia un suo parlamentare per chiedere la resa della
Piazza, il Serra chiede 24 ore di tempo. Il parlamentare torna una
seconda volta ma ottiene ancora un rifiuto, al che secondo una
versione del biografo di Nino Bixio, costui avrebbe esclamato:
"Non accordo un minuto di più, domattina ci si chiederà
dove fu Civitavecchia".
Fatto è che probabilmente per una serie di circostanze, il timore
di una difesa inutile e foriera di gravi danni alla città, il
convincimento della eccezionale superiorità dell'apparato
militare italiano, forse anche l'intervento dei rappresentanti
della città, preoccupati di evitare rovine e lutti, la presenza
di malumori e timori nella popolazione, il pericolo di azioni
cruente da parte di coloro che parteggiano per l'unione
all'Italia, viene presa la decisione di non opporre resistenza.
Alle 7 del 16 settembre, entra in porto la corazzata Terribile e
alle ore 10 le truppe del Bixio sfilano in città dalle sue tre
porte.
Il 17 settembre i membri del Consiglio municipale, radunati nel
Palazzo del Comune, si dichiarano dimissionari, al loro posto
viene nominata una commissione provvisoria. La sera del 19, al
Teatro Traiano, è istituita la Giunta Governativa provvisoria,
costituita da quattro civitavecchiesi, un tolfetano e un
tarquiniese, in rappresentanza del circondario, per coadiuvare il
generale Filippo Cerroti, al quale il Bixio ha affidato il comando
della piazza. Lo stesso giorno al Traiano, viene eletta la
Commissione Municipale per l'amministrazione della città.
Il 20 settembre la Giunta di Governo per la Provincia di
Civitavecchia invia un proclama, inneggiando alla conquistata
libertà. Con la breccia di Porta Pia, Roma è finalmente unita al
resto della Nazione, realizzando così il sogno di tutti i
patrioti italiani.
A Civitavecchia, alcuni funzionari delle varie amministrazioni del
passato governo pontificio aderiscono al nuovo corso, altri,
restando fedeli al Papa, si dichiarano dimissionari e i funzionari
sabaudi, accorsi al seguito dell'esercito, li sostituiscono e li
sfrattano dagli alloggi di cui fino a quel momento avevano goduto.
La Giunta di Governo decreta il reintegro di quei funzionari che
erano stati epurati dopo la caduta della Repubblica Romana e fa
pubblicare il manifesto che invita gli "Italiani della
Provincia di Civitavecchia" a partecipare al Plebiscito del 2
ottobre ed a votare per l'annessione all'Italia. Alla
consultazione possono votare gli uomini che abbiano compiuto 21
anni, i convocati alle urne sono 2.250, votano in 2.102, di cui
solo 5 contrari e 8 votano nullo.
Con Regio decreto del 15 ottobre, è istituita la Provincia di
Roma, che riunisce tutto il territorio laziale ex pontificio. Le
popolazioni che perdono il privilegio del capoluogo inviano
proteste e il Governo italiano promette scuole e caserme.
A Civitavecchia giunge un Commissario del Re, che è salutato
dalla Giunta di Governo e dalla Giunta municipale e dai consoli
residenti in città, che escluse poche eccezioni, sono i cittadini
più facoltosi.
Pio IX intanto scomunica Vittorio Emanuele II e tutti coloro che
hanno preso parte alla conquista dello Stato Pontificio.
In porto ormeggia la nave francese "Orenoque", a
disposizione di Pio IX, nel caso voglia abbandonare Roma. In
seguito giunge l’inglese "Psyche", per cui si sparge
la notizia che il Pontefice vuole rifugiarsi a Malta.
Il 28 ottobre con Decreto reale viene deliberata la ricostituzione
del Consiglio comunale, la cui elezione avviene il 13 novembre.
Dalle urne esce una maggioranza liberale moderata, costituita su
venti eletti da ben tredici che facevano parte del disciolto
consiglio; lo stesso giorno sono eletti i rappresentanti del
circondario di Civitavecchia comprendente Allumiere, Cerveteri,
Corneto, Montalto, Monte Romano e Tolfa, alla Provincia di Roma.
Il 20 novembre in tutta Italia si svolgono le elezioni politiche e
a Civitavecchia gli elettori iscritti sono soltanto 1.114, perché
per la legge sabauda hanno diritto al voto politico unicamente gli
esponenti delle classi più agiate. Il più votato è il generale
Cerroti che però rinuncia per un altro collegio.
Il 24 novembre viene eletta la Giunta municipale composta da
quattro assessori e due supplenti. Al Governo centrale spetta la
nomina del Sindaco. La prima seduta del rinnovato Consiglio
comunale porta la data del 12 dicembre.
Ricopre provvisoriamente il ruolo di sindaco Pietro Guglielmotti.
Nella prima seduta è discusso molto vivacemente il problema della
pubblica istruzione: la Giunta provvisoria aveva nel novembre
passato deliberato l’istituzione delle quattro scuole elementari
maschili e femminili e l'istituzione delle scuole ginnasiali e
liceali, mentre da Roma si era promessa l’istituzione di una
scuola nautica. Si nomina una commissione che suggerisce di
affidare provvisoriamente ai Dottrinari le scuole superiori e
inferiori maschili e alle suore del Preziosissimo Sangue le scuole
elementari femminili. Per la prima volta il gentil sesso fa la sua
comparsa nella vita sociale della città poiché vengono nominate
ispettrici delle scuole femminili Elena Montanucci, Luisa
Guglielmotti e Francesca Bucci. Torna pure all’attenzione del
Consiglio comunale il problema dell'abbattimento delle vecchie
mura e dell’ampliamento del porto.
Il 31 dicembre, dopo aver visitato Roma seriamente danneggiata da
una grave inondazione del Tevere, passa da Civitavecchia il Re,
che alle 19,40 alla Stazione ferroviaria, viene ossequiato e
calorosamente salutato dalle autorità e dal popolo accorso
numeroso.
Nel gennaio del 1871 a Roma viene insediato il Prefetto ed a
Civitavecchia viene istituita la Sottoprefettura.
Nello stesso mese gli elettori di Civitavecchia e del collegio
tornano di nuovo alle urne per votare il loro primo deputato: dopo
il ballottaggio viene eletto Annibale Lesen. Nascono in città due
giornali "Il Porto Romano" e "L'Intrepido". La
Società Democratica di Civitavecchia chiede al Comune di
affiggere una lapide sulla facciata del Palazzo Comunale per
ricordare i concittadini morti combattendo nelle patrie battaglie.
Gli amministratori invitano il Governo a nominare presidente del
Tribunale Civile e Criminale di Civitavecchia l'avvocato Baccelli,
già magistrato pontificio, rifiutando la nomina governativa di
un’altra persona, estranea alla vita cittadina ma non ottengono
risultato.
Con l’Unità d'Italia, la nostra città subisce cocenti
limitazioni e l’espansione territoriale e politica di Roma mina
molte delle ambizioni cittadine e contribuisce ad assestare duri
colpi ai desiderati ampliamenti delle attività commerciali e
portuali.
Giunge, infatti, notizia come a Roma si paventi la soppressione
della Camera di Commercio ma per fortuna la rappresentanza inviata
a Firenze, che è ancora per poco capitale del Regno, per
sostenere le ragioni della città, ottiene successo.
Per sopperire al passivo finanziario delle casse comunali, si
nominano coloro che debbono studiare l'applicazione della tassa
sulla ricchezza mobile, possibilità offerta dalle leggi del
Regno, si rinnovano gli abbonamenti per la riscossione dei Dazi e
si discute la costituzione del corpo dei Vigili del Fuoco.
Il 25 febbraio Pietro Guglielmotti comunica di aver ricevuto dal
Re la nomina a Sindaco della città. A marzo il principe Umberto
si reca a Civitavecchia in ispezione militare, visita la fortezza
e il battaglione ivi alloggiato.
Il 18 aprile si approva il Regolamento dei Vigili del Fuoco. Il 12
maggio si prende in esame un progetto di Luigi Manzi che prevede
la fondazione di uno stabilimento di bagni termali. Nel 1869 lo
stesso Manzi aveva inviato a Napoleone III un opuscolo, ove
decantava i pregi delle nostre acque e presentava un piano per
sfruttarle.
Il 1 luglio 1871 la Capitale viene trasferita a Roma. Il sogno di
Mazzini e Cavour si avvera.
Il 24 agosto il Re firma il decreto per il riordino delle Camere
di Commercio di Roma e di Civitavecchia, la prima con
giurisdizione su tutti i circondari della Provincia di Roma, cioè
Frosinone, Roma, Velletri e Viterbo, mentre Civitavecchia e il suo
circondario ricadono sotto la giurisdizione della locale Camera,
segno dell'importanza commerciale riconosciuta alla nostra città.
La crescente rapidità dei collegamenti ferroviari, la perdita del
ruolo militare e politico, che il nostro scalo aveva nello Stato
Pontificio, il perdurare dell'anacronistico legame al naviglio a
vela, fanno comprendere come il ruolo di Civitavecchia assuma una
dimensione molto ridotta con conseguente accentuarsi di una crisi
economica. Nonostante ciò, nel 1870 il movimento portuale si
aggira sulle 250.000 tonnellate annue ed è in fase crescente fino
al 1887, per ridiscendere paurosamente nel 1896 e poi riprendere
costantemente. In crisi è l'attività cantieristica e il
commercio langue, sicché si fa strada la necessità di richiedere
l'ingrandimento del porto, la cessione al Comune dell'Arsenale, la
riduzione a Porto Franco della sola Darsena, l'attivazione di un
binario che congiunga la Stazione al porto. Nel 1872 il Comune,
consapevole del ruolo che i trasporti ferroviari vanno sempre più
acquistando, interessa il Governo per la costruzione di una
ferrovia fino ad Orte, alla quale aderisce Viterbo.
Il 13 giugno il vescovo Francesco Gandolfi consacra la Chiesa, con
l’annesso convento, affidandola all'Ordine dei Minori Osservanti
e dedicandola ai Martiri francescani del Giappone.
La Camera di Commercio e il Comune concordano le richieste da
presentare al Governo: miglioramento del porto, cessione alla città
del fabbricato della Darsena per stabilirvi magazzini generali,
demolizione delle vecchie mura, estensione delle franchigie al
perimetro della nuova città, prosecuzione delle franchigie di un
anno oltre il termine fissato
dal Ministro delle Finanze che intende abolirle in tutta la
penisola, attivazione di un binario nell'ambito portuale,
riduzione delle tariffe per il trasporto delle merci da
Civitavecchia a Roma.
I forzati, detenuti fino a questo momento nell'edificio della
Darsena, vengono trasferiti nel nuovo carcere e non potranno più
essere utilizzati per il servizio di Nettezza Urbana, dato in
appalto a privati.
Nello stesso anno si costituisce la Banda Municipale.
L'istruzione pubblica annovera in questo momento una Scuola
Nautica, un Ginnasio, entrambi con scarso successo, una Scuola
Tecnica discretamente avviata, una scuola elementare maschile ed
una femminile.
Nel 1873 si verifica la definitiva abolizione delle Franchigie
portuali, che con il passato Governo pontificio, avevano giovato
non poco all'economia cittadina; sicché con l'inevitabile
aggravio delle difficoltà economiche vengono frenate
realizzazioni che avrebbero dovuto compensare questo ulteriore
danno alla città.
Nel 1874 alle nuove elezioni politiche viene eletto Baldassare
Odescalchi, promotore su consiglio di Garibaldi dello sviluppo
turistico di S. Marinella, e costruttore della Villa dei Principi
a Borgo Odescalchi.
Nella notte del 23 gennaio del 1875, viene accolto festosamente
Giuseppe Garibaldi, che eletto deputato deve recarsi a Roma.
Pernotta nella casa del suo amico Numa Palazzini, sul Lungomare
(odierno Palazzo Luzi) e il giorno successivo una folla festosa lo
accompagna alla Stazione, donde parte per la Capitale.
La Camera di Commercio chiede al Comune l'uso delle acque termali,
acquistate nel 1872, per ottenere in città forza motrice,
salvaguardando la loro utilizzazione per bagni terapeutici. La
Giunta municipale, pur non rifiutando questo progetto, propone la
costituzione di una commissione che esamini ogni aspetto, alla
luce delle analisi necessarie per stabilire se lo stabilimento
termale converrà costruirlo vicino alle sorgenti o in città. Il
problema dello sfruttamento terapeutico delle acque termali è
cosi definitivamente avviato, anche se tra ostacoli e difficoltà
finanziarie.
Ad aprile viene presa in esame l’istituzione di una biblioteca
comunale, mentre a maggio prende corpo il tanto desiderato
abbattimento delle mura rinascimentali.
Il 12 luglio Giuseppe Garibaldi torna in città festosamente
accolto per restarvi, su invito della Civica amministrazione, a
sperimentare le acque termali per la sua progressiva infermità,
fino all'11 di agosto, quando si imbarcherà per Caprera.
Nel 1876 le nuove elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale,
vedono una maggioranza del partito clericale che trova sostenitori
nei pensionati del vecchio governo pontificio.
Alla fine dell'anno, il Consiglio municipale approva l'emissione
di un prestito di lire 300.000 per la costruzione dello
stabilimento termale.
Nel 1877 è in dirittura d'arrivo il progetto di spostare le
carceri mandamentali dal Palazzo comunale per trasferirle
nell'edificio dei nuovi forni (costruito nel 1777 e conosciuto con
il nome di Carcerette), non appena reso agibile secondo il
progetto redatto dal Genio Civile.
Il Ministero dei Lavori Pubblici approva l’istituzione in
Darsena del Punto Franco, ma per il raccordo ferroviario con
questo nascono forti opposizioni al progetto del passaggio lungo
la passeggiata (l'attuale Viale Garibaldi), da parte di coloro che
inascoltati vorrebbero una linea che passi fuori della città.
Il Teatro Traiano continua ad essere il luogo ove si svolgono gli
eventi più significativi della vita culturale e politica della
città. A novembre vi viene inaugurata la Società Operaia di
Mutuo Soccorso e di Mutuo Credito in Civitavecchia, presieduta da
Giuseppe Bruzzesi. E' il segno tangibile dell'evoluzione politica
e sociale che è in atto nella nostra città.
Frattanto il dibattito sulla costruzione dello stabilimento
termale non ha tregua e a fronte di progetti privati, si fa strada
l'intenzione della civica amministrazione di costruirlo per
proprio conto in città e non presso le sorgenti.
Nel 1878 il Circondario di Civitavecchia subisce una prima
mutilazione con il trasferimento dei comuni di Canale Monterano e
Manziana a quello di Roma, presagio delle limitazioni sempre più
cocenti che la nostra città subirà fino ai giorni nostri.
Civitavecchia, nonostante le avversità e le preoccupanti
condizioni economiche, è destinata ad offrirsi ai romani come
luogo preferito per lo svago estivo tanto che la Civica
amministrazione richiede all’Amministrazione delle Ferrovie
l’istituzione di corse per le gite di piacere.
Per quanto riguarda il dibattuto problema del binario ferroviario
che attraversando il lungomare metta in comunicazione il porto con
la stazione ferroviaria, questo progetto, che peraltro ha un
precedente nella linea realizzata già sotto il governo
pontificio, è sempre fortemente avversato. Vi si individua un
ostacolo allo sviluppo turistico del lungomare arricchito dallo
stabilimento balneare Bruzzesi e presto dallo stabilimento
termale, che è in fase di completamento, ma vi è pure chi è
consapevole che la mancanza di tratti ferroviari nel porto sia una
delle cause per le quali non è possibile sostenere la concorrenza
di Livorno.
Nel 1880 c'è chi propone di prolungare questo tratto ferroviario
fino al Punto Franco da realizzarsi in Darsena, mediante un
passaggio entro le mura che la cingono.
La drammaticità della crisi economica è messa in luce dalla
constatazione che nel decennio 1871-1880 l'attività cantieristica
è pressoché inesistente.
Nel 1881 finalmente viene aperto al pubblico un braccio dello
Stabilimento Termale Traiano, che tuttavia nel corso degli anni a
seguire si rivelerà un pozzo senza fondo per le continue ingenti
spese, che costringeranno l'Amministrazione civica a darlo in
affitto e poi a cederlo.
In questo stesso anno, il secondo censimento italiano dà per
Civitavecchia città 9.210 abitanti, che con la campagna e le
frazioni di S. Marinella, S. Severa e Palo raggiunge gli 11.821
abitanti.
Nel 1882 muore a Roma Alessandro Cialdi e il Comune accetta la
donazione dei suoi libri e delle incisioni del Calamatta, di sua
proprietà e gli intitola la Biblioteca Comunale.
In città non mancano contrastanti opinioni politiche e la viva
rappresentanza di sostenitori della Chiesa si palesa in Consiglio
Comunale, quando su venti votanti, cinque si oppongono al
trasferimento della residenza civica nel palazzo dell'ex Convento
di S. Francesco, ora di proprietà pubblica.
Il 2 giugno muore Giuseppe Garibaldi e il 7 Civitavecchia è
invasa da migliaia di personalità, ministri, deputati, che
arrivati con il treno, si imbarcano su sei navi per raggiungere
Caprera, dove saranno celebrati i solenni funerali.
Ad ottobre del 1882 una tempesta devasta lo stabilimento balneare
e il Comune delibera un contributo per la ricostruzione.
Nel 1883 un'inchiesta sulle condizioni della classe agricola,
mette in luce il condizionamento negativo esercitato dal
latifondo.
Prosegue intanto la demolizione delle mura di cinta, mentre
distrattamente proseguono le trattative per la progettazione di
una linea ferroviaria Viterbo, Toscanella, Corneto, Civitavecchia.
Nel 1884 si valutano le offerte per l’istituzione di una linea
di tranvia a cavalli lungo l’itinerario Piazza Cavour,
Stabilimento Termale, Stazione Ferroviaria e di una linea Piazza
Cavour, Stabilimento balneare Bruzzesi con diramazione di altro
binario per la Stazione.
Per quanto riguarda la linea ferroviaria reclamata da Viterbo,
Toscanella e Corneto, si fa strada nella nostra città una diversa
tendenza per un tracciato che segua le valli del Mignone.
Nel 1885 giungono in città le ceneri di Luigi Calamatta, morto a
Milano nel 1869; viene commemorato al Traiano da Carlo Calisse,
Ettore Ferrari e Vittorio Corbucci.
Nel 1887 una richiesta della Società degli altiforni di Terni, di
impiantare nella zona di S. Gordiano due altiforni per
l'estrazione della ghisa e di una linea di tranvia a vapore che
metta in comunicazione la punta di S. Gordiano con il Porto,
accende speranze per un rilancio industriale che dovrebbe essere
condizionato da un approvvigionamento idrico ricavabile da una
deviazione del torrente Mignone. Saranno vane illusioni per le
molteplici difficoltà e per il non troppo celato interesse della
Terni a realizzare un suo punto privilegiato nel porto, senza una
sicura contropartita.
Il movimento portuale segna fortunatamente un incremento che ora
raggiunge le 500.000 tonnellate, ma è uno sprazzo di vana
speranza, poiché per l'inadeguatezza delle strutture portuali si
avrà ben presto una progressiva riduzione.
Nel 1889 si contano in città tre sportelli bancari: la Cassa di
Risparmio, la Banca di Credito Agrario e la Banca Popolare di
Terni.
Due giornali fanno la loro purtroppo breve comparsa: "Lo
Svegliarino" e "Conversazioni Bizantine".
Nel 1890 sono inaugurati i monumenti a Giuseppe Garibaldi, del
civitavecchiese Matteini, e a Vittorio Emanuele II, del Ridolfi.
A dicembre il marchese Giacinto Guglielmi è nominato senatore del
Regno per la categoria del censo, a testimonianza dell’enorme
patrimonio accumulato dalla sua famiglia.
La città vede l'emergere di uno schieramento progressista ed è
sempre più pervasa da malcontenti per le ingiustizie sociali che
prepareranno gli scioperi del 1893 e del 1897.
Una vivace attività politica è documentata dai numerosi giornali
che escono ma che hanno breve durata: dal giugno al luglio del
1891 esce "Il Risveglio operaio. Periodico settimanale delle
classi operaie e del partito liberale".
Nel 1892 il Consiglio Comunale delibera la riunione degli ospedali
maschile e femminile.
Nel 1893 in porto viene sperimentato con successo un battello
sottomarino costruito a Savona da Pietro, Camillo e Ignazio Degli
Abbati.
Nel corso dello stesso anno viene fondata la sezione socialista e
costituita la Camera del Lavoro, mentre l’Amministrazione
comunale è sempre alle prese con lo Stabilimento Termale,
considerato economicamente fallimentare, per la cui gestione resta
o la conduzione in economia o l'affidamento in affitto, mediante
appalto. Viene presentata una domanda per la costruzione di un
nuovo stabilimento presso le sorgenti della Ficoncella e già c'è
chi afferma che era stato grave errore costruirlo lontano dalle
sorgenti, ma nonostante i ripetuti dibattiti in Consiglio
sull'argomento la domanda non avrà seguito.
A marzo Felice Guglielmi, deputato provinciale, presidente della
Cassa di Risparmio, mette a disposizione un lascito di 150.000
lire, da cui ha origine l'Opera Pia Lascito Felice Guglielmi, di
cui oggi è attestazione la casa di riposo Villa Santina.
Il problema dell'approvvigionamento idrico della città è pure
sempre vivo e vengono esaminati vari progetti.
La situazione economica è affatto rosea e si fa richiamo al
regolamento edilizio per richiamare i proprietari degli immobili a
eseguire i dovuti restauri esterni onde procurare lavoro alle
maestranze.
Il 15 giugno nasce la "Società dei lavoratori del porto
Squadre riunite-Sezione tiraggio". Ad agosto uno sciopero dei
facchini del Porto conferma il grave disagio sociale.
Il promesso Punto Franco non è ancora realtà operante, forti
sono i contrasti politici, il Sindaco è oggetto di minacce
pubbliche, ma è certo che non a torto i facchini, che devono
scaricare e caricare ogni merce a spalla, reclamano un migliore
compenso.
Alla fine dell'anno giungono in Municipio domande per l'impianto
di una fabbrica di cemento, una di cristalli e una di bricchetti
(mattonelle di carbone compresso).
A febbraio del 1894, una nuova agitazione dei facchini del Porto
blocca ogni attività commerciale, i rappresentanti delle ditte
inviano propri lavoratori da Roma ma alla fine questi
solidarizzano con i nostri che ottengono quanto richiesto.
Il sospirato ingrandimento del Porto, avviato nel 1886, impiega
trecento galeotti e un buon numero di operai al prolungamento
dell'antemurale, ma è in progetto anche la chiusura della bocca
di levante.
La contrapposizione politica si rifà vivace in Consiglio, quando
il 22 maggio si deve stabilire se partecipare o no alla
processione del Corpus Domini, innalzando la bandiera e ponendo
arazzi sul Palazzo Civico. Viene riecheggiato dagli irriducibili
anticlericali, che in occasione dell'inaugurazione del monumento a
Vittorio Emanuele, il Capitolo si era astenuto dal partecipare e
il Comune era stato costretto a ricorrere ai Vigili del fuoco per
apporre arazzi sulla residenza vescovile, con il risultato che ora
undici consiglieri votano sì ma sei votano no.
La crisi si palesa nelle nuove elezioni comunali, poiché su 2.000
aventi diritto al voto, solo 320 si recano alle urne.
Nel 1894 la Guida della Provincia di Roma così ci descrive:
"La città è piccola, ma ben distribuita; le sue case sono
belle; esse si affittano a caro prezzo nella stagione
estiva".
Il 27 aprile Carlo Calisse commemora al Traiano Padre Alberto
Guglielmotti a quasi due anni dalla morte.
Nel 1896 con Regio decreto, viene istituito in ente morale l'Asilo
Infantile Opera Pia "Regina Margherita" che era stato
costituito nel 1881. In questo momento la città annovera ben
dieci scuole elementari private, compresa quella delle Suore del
Preziosissimo Sangue.
Nasce pure l'Associazione di Pubblica Assistenza "Croce
Bianca", che si occupa prevalentemente del trasporto con
proprie lettighe dei malati e dei feriti negli ospedali.
A giugno approda la squadra navale inglese, che conduce lord
Seymour che deve incontrarsi a Roma con il nostro ministro degli
Esteri.
Ad agosto iniziano i lavori di costruzione dello stabilimento
della "Società Anonima Fabbrica Calce e Cementi" di
Canale Monferrato.
Il 18 gennaio del 1897 scoppia un imponente sciopero dei
lavoratori del Porto, che vede scendere in piazza anche le loro
famiglie, con le quali è solidale il deputato socialista Andrea
Costa che incontra seicento lavoratori il 3 febbraio nella Chiesa
dei Gesuiti. Lo sciopero si conclude il giorno 5. Nel 1898 una
Commissione, inviata da Roma, si mostra propensa alla costruzione
del progettato bacino di Levante, il cui appalto dei lavori è
fissato per il marzo del 1898.
Nella seduta dell'8 marzo 1899 si vaglia la risposta che la
Consulta Araldica ha dato a dicembre del 1897 alla deliberazione
del Consiglio del luglio 1897, che proponeva la modifica dello
stemma civico. Ne è fautore Carlo Calisse, che nel 1898 ha
pubblicato la sua “Storia di Civitavecchia”, che chiede venga
riconosciuto alla città la qualifica di Municipio romano.
Il 24 aprile Civitavecchia è in festa per il ritorno dalla
Sardegna di re Umberto I e della regina Margherita, al cui seguito
vi sono pure il Presidente del Consiglio e il Ministro dei Lavori
Pubblici. Nella seduta consigliare dell'8 maggio, viene comunicato
che il re ha mostrato interesse per il nostro Porto e il
Consigliere De Marsanich esclama: "Impariamo dai toscani,
impariamo dalla vicina Livorno e vediamo cosa fanno i
rappresentanti uniti di quella Regione".
Ad ottobre si ridiscute sul problema degli altiforni di Terni ma
oramai sono palesi le difficoltà che condurranno al definitivo
oblio di questa sviluppo industriale e viene risollevato pure il
problema della linea ferroviaria per Orte, che stravolgerà
l'iniziale adesione alla linea Civitavecchia, Corneto, Toscanella,
Viterbo.
Nel 1901 sulla questione del progetto governativo di abolire i
dazi, si accende una vivace polemica tra i consiglieri di
maggioranza e quelli di minoranza, che testimonia la loro fervente
adesione agli ideali di una giustizia sociale, propugnata dal
partito socialista in forte espansione e che appena due giorni
dopo, il 15 maggio, con la pubblicazione dell’Enciclica di Leone
XIII, "Rerum Novarum", vede la Chiesa cimentarsi in una
proposta tendente a conciliare capitalismo e proletariato.
Le forti contrapposizioni politiche, ma anche personali, in questi
anni provocano frequenti avvicendamenti nella conduzione della
locale amministrazione con ripetute dimissioni di sindaci e di
consiglieri; la crisi economica e la cronica mancanza di lavoro la
fanno da padrona ed a giugno una cinquantina di giovani, d’età
compresa tra i 13 e i 17 anni, addetti allo scarico del carbone,
scioperano e sono licenziati; a conferma del clima sociale, su
"Il Popolo di Roma" si legge: "Ed ora si pentano
del mal fatto".
Ad ottobre ancora una volta giunge un nuovo e duro colpo alla
traballante situazione politico-amministrativa con lo sciopero dei
cento operai dello stabilimento della Società Anonima per la
fabbricazione dei Cementi.
Nello stesso anno esce l'opuscolo di Tommaso Alessandri sullo
Stabilimento Termale Traiano, che offre una relazione statistica
dell'anno 1900 con molte informazioni sulle caratteristiche e
sulle indicazioni delle acque termo-minerali, tuttora valide.
Il nuovo censimento della popolazione, effettuato nel corso
dell'anno, vede Civitavecchia con 17.589 presenti, di cui
residenti 15.829, con un incremento di circa il 50% rispetto al
censimento di venti anni prima.
Il 1902 è ricordato per il pessimo clima che provoca, fra
l’altro, l'interruzione della ferrovia con Roma, e una violenta
mareggiata che fa affondare e danneggiare gravemente numerosi
velieri e piroscafi, crollare il faro e duecento metri di
antemurale. E’ inaugurata la sezione locale della Lega Navale
Italiana
La situazione della classe operaia non è delle migliori e gli
scarsi stipendi non riescono ad allontanare del tutto lo spettro
della fame tanto che uno dei proverbi in voga è "Er pane de
Gujermi nun ingrassa però mantiene".
Apre i battenti il Credito Italiano, che si affianca alla Cassa di
Risparmio e alla Banca di Credito Agrario e Commerciale.
Ad aprile un veliero carico di sale che aveva imbarcato a Gaeta,
entrando in porto, dal mare in burrasca viene spinto contro
l'antemurale e affonda.
Il 2 maggio il treno imperiale che conduce Guglielmo II di Prussia
a Roma per una visita di stato, si ferma per alcuni minuti alla
stazione. Il Kaiser passa in rassegna una compagnia del 41°
Fanteria e gradisce il rinfresco offerto dalla cittadinanza.
Ad agosto la corriera che effettua il servizio postale con Tolfa,
viene assalita da due banditi in località "Polveriera".
Nel 1903 il Consiglio Comunale approva il progetto per la
costruzione dell'acquedotto di 40 chilometri, che deve condurre
acqua da Oriolo Romano.
Nell'estate del 1904 il Presidente della Repubblica Francese, in
visita in Italia, si ferma a Civitavecchia durante il tragitto per
Roma e per ringraziare della calorosa accoglienza, distribuisce
onorificenze a funzionari civili e militari. A settembre, come
tutta Italia, anche Civitavecchia è bloccata dal primo sciopero
generale di protesta, indetto dalla Camera del Lavoro di Milano
per le violenze esercitate dalle forze dell'ordine nei mesi
precedenti in occasioni di manifestazioni popolari; nella nostra
città vi prendono parte gli operai degli stabilimenti del cemento
e dell'allume, dei cantieri edili, i lavoratori del porto, della
ferrovia. Gli scioperanti coordinati dalla locale Camera del
Lavoro sono circa tremila.
Nonostante le difficoltà, che incontrano le spedizioni delle
merci destinate a Terni, per la mancanza della sospirata linea
ferroviaria con questa città, che con Roma costituisce il
principale mercato servito dal nostro porto, nel 1905 si nota una
lenta ripresa del movimento portuale.
Un evento mondano ancora una volta scuote la vita cittadina, poiché
in porto fa tappa lo yacht imperiale "Hohenzollern", con
a bordo l'imperatrice Augusta Vittoria e due dei suoi figli che si
recano a Taormina per raggiungere il Kaiser e il principe
Adalberto, reduci da una crociera nei mari cinesi: a Civitavecchia
giungono per incontrarli i reali d'Italia con il neonato Principe
di Piemonte, il futuro Umberto II. Una folla immensa si reca alla
stazione e sul molo e nelle vie principali della città, per
salutare Vittorio Emanuele III e la Regina Elena.
Nello stesso anno si pubblica il giornale "Maremma alla
riscossa. Giornale settimanale di Civitavecchia", fondato e
diretto dall'avvocato Sabbatini che arriva fino al 1910.
Nel 1906 ancora incertezze rimangono sul tracciato che si vuole
per la realizzazione della linea ferroviaria che congiunga
Civitavecchia a Terni, attraverso Orte.
Il 13 maggio la città è in festa per l'arrivo dei Reali, che
giunti in Porto, s’imbarcano per Palermo.
Nello stesso mese il Consiglio comunale è alle prese con la
concessione di aree fabbricabili alla cooperative dei ferrovieri.
A settembre la Banda Municipale, diretta da Rainiero Galli, vince
su duecento bande di tutta Italia, compresa la rivale cittadina
"Ponchielli" arrivata settima, il Concorso bandito per
l'Esposizione Internazionale di Milano in occasione
dell'inaugurazione del Traforo del Sempione.
Nel 1907 sono in fase di completamento i lavori del sospirato
acquedotto di Oriolo e del Mercato Coperto, ma la situazione
economica della città è aggravata dall'elevato costo della vita,
tanto che sul "Corriere di Civitavecchia" appare un
articolo dal titolo "Il caro viveri". Nello stesso
periodo alcuni consiglieri comunali richiedono la vendita dello
Stabilimento Termale Traiano, ritenuto un aggravio assai pesante
per le casse comunali.
Frattanto anche nella nostra città si diffonde la passione per il
cinema, e oltre al Traiano, si aprono nuove sale destinate alla
proiezione dei film.
A giugno la Camera di Commercio inoltra richiesta di ottenere il
Forte Michelangelo dall'Amministrazione militare, offrendo in
cambio di costruire un nuovo fabbricato nell'area del Convento dei
Gesuiti, ma questo progetto non avrà seguito.
Ad agosto si inaugura la linea telefonica con Roma e alla fine
dell'anno finalmente l'acquedotto di Oriolo.
L’Associazione Commerciale – Agricola - Industriale di
Civitavecchia, presieduta da Francesco Scotti, rimette un invito
al Governo a prendere in considerazione i vari progetti per la
linea ferroviaria Civitavecchia-Orte, e scegliere il migliore e
attuarlo per il bene delle città interessate. Ma agli inizi del
1908 la questione è ancora acerbamente combattuta tra coloro che
vorrebbero far passare la linea ferroviaria da Manziana,
probabilmente caldeggiata dal Senatore Tittoni, nativo di questo
paese, e coloro che sostengono il percorso lungo le valli del
Mignone.
Un grandioso comizio si tiene a Piazza Leandra di fronte a
migliaia di cittadini e rappresentanti di associazioni e delle
amministrazioni di Terni, Viterbo, e altri centri dell'entroterra,
a favore della Ferrovia Civitavecchia-Orte.
Il 28 giugno si svolgono le elezioni generali amministrative e
ottiene una vistosa maggioranza il Blocco Popolare, costituito dai
partiti Radicale, Repubblicano e Socialista che sconfigge l'Unione
Cittadina. Il Blocco è guidato da Luigi Sabbatini, primo sindaco
socialista della città.
Ad ottobre il mondo cattolico civitavecchiese registra la nascita
dell'Associazione "Amore e Fede", fondata da don
Giuseppe Compagnucci, sezione locale della Gioventù Cattolica
Italiana.
A dicembre all’elezione in seno alla Associazione Commercianti
si affrontano due liste, una favorevole al progetto della Società
Mediterranea per il passaggio della linea ferroviaria per Orte
attraverso Manziana ed una favorevole alla linea per il Mignone.
Dovrà passare ancora più di un decennio perché questa ultima
iniziativa raggiunga il traguardo.
Alle elezioni del marzo 1909, le ultime a suffragio ridotto, gli
elettori del Collegio di Civitavecchia, che comprende 31 comuni,
sono soltanto 8.592, a fronte di 96.991 abitanti, e di questi
votano in 6.779. E’ eletto deputato Carlo Calisse, che riesce
nella impresa dopo gli insuccessi del 1890 e del 1897.
In questo periodo l’Amministrazione comunale concede alle
Ferrovie dello Stato aree per edificare sei fabbricati per
duecento appartamenti da destinare ai ferrovieri, mentre per lo
Stabilimento Termale Traiano si affaccia l'opportunità di
venderlo a privati.
A ottobre l'intera cittadinanza su vaporetti, barche e lacconi
accorre attorno alla Regia nave "Roma" per assistere
alla consegna della bandiera di combattimento.
L'anno 1909 si chiude con l’istituzione della linea
automobilistica Civitavecchia – Allumiere - Tolfa e con
l'autorizzazione del Ministero della Pubblica Istruzione ad aprire
l'istituto tecnico ma limitatamente ai primi due anni
d'insegnamento. Il movimento portuale non risponde alle
aspettative, il Punto Franco è più un peso che una positiva
realtà. Dal 1 luglio 1910 l’esercizio giornaliero della linea
Civitavecchia – Golfo Aranci è assunto dalle Ferrovie dello
Stato.
Nel 1910 non scema l'interesse per il problema dello Stabilimento
Termale, la cui gestione viene ripresa in proprio dal Comune, che
ha il patronato del politico e medico Guido Baccelli.
La crisi economica della città è aggravata dalla chiusura della
fabbrica di mattonelle di carbone, nota come il Bricchetto, che dà
lavoro a cento operai. A luglio si inaugura la linea
automobilistica con Viterbo.
Nella diocesi di Tarquinia e Civitavecchia giunge da Ascoli Piceno
il vescovo Pacifico Fiorani.
Sul finire dell'anno, la città è scossa da una rivolta dei
detenuti del Penitenziario di Via Tarquinia, presto domata.
A marzo del 1911 la Società dei Lavoratori del Porto,
all'unanimità, approva la costruzione di un grande edificio per
collocarvi la sede sociale.
In porto giunge, proveniente da La Spezia, la Regia nave
"Stella Polare", utilizzata dal Duca degli Abruzzi per
compiere il viaggio al Polo Nord; pochi giorni dopo transita per
la Stazione ferroviaria il Re di Svezia, diretto a Roma,
festeggiato dalle autorità civili e militari.
Ad agosto giunge la squadra navale del Giappone e agli ospiti
viene offerta una rappresentazione al Teatro Traiano.
Nel grigiore dell'economia cittadina l'unico settore vivace sembra
quello edilizio. Nello stesso anno, il panorama culturale si
arricchisce della fondazione della Associazione Archeologica “Centumcellae”.
Mentre la stampa locale vede la chiusura del "Corriere di
Civitavecchia e Maremma", aprono per pochi numeri "Il
Lanternino", il "Risorgimento" e "L'Alleanza
Libertaria" e i professionisti della carta stampata danno
vita al Sindacato della Stampa.
A fine anno giunge la pronuncia del Governo sulla preferenza
accordata al tracciato delle valli del Mignone della ferrovia
Civitavecchia-Orte.
Il nuovo censimento dà alla nostra città 18.736 abitanti.
Il 1912 si apre con il Regio decreto del 7 gennaio che concede
l'assenso all'erezione in Parrocchia autonoma della Chiesa della
Sacra Famiglia in sostituzione di quella di Santa Barbara.
Sindaco della città è eletto Francesco Scotti. Il problema delle
scuole cittadine impone l'urgenza di costruire un edificio, giacché
i locali del Punto Franco, utilizzati a tale scopo, sono diventati
insufficienti e inadatti; si delibera l'erezione di un busto a
Padre Alberto Guglielmotti, si approva il nuovo regolamento dei
Vigili del Fuoco, e il capitolato d'oneri per l'affitto
dell'Albergo Termale per il triennio 1912-1914, in attesa di una
soluzione più soddisfacente. Il 20 maggio in Piazza Regina
Margherita, è inaugurata la nuova sede della Società Lavoratori
del Porto. A luglio è aperto il nuovo poligono del "Tiro a
Segno Nazionale".
A novembre un gigantesco incendio distrugge lo stabilimento del
cemento, uno dei più grandi in Italia, per fortuna le parti più
importanti sono salve e la ripresa del lavoro è rapida.
Nel 1912 il porto ha un movimento di 2.705 bastimenti e fra i
prodotti il più scaricato è il carbone. Civitavecchia è ora il
porto per eccellenza per i trasporti con la Sardegna. Il problema
della carenza di edifici scolastici spinge il Comune a richiedere
al Ministero delle Finanze una proroga all'utilizzazione dei
locali dell'ex Bagno Penale in Darsena, che avrebbero dovuto
essere utilizzati per il non ancora realizzato Punto Franco.
La paventata interruzione dei lavori di ampliamento del porto, i
licenziamenti nella fabbrica per l'agglomerazione dei carboni,
l'agitazione dei gassisti, mettono in crisi la già barcollante
economia cittadina, nascono malumori e vengono proclamati numerosi
scioperi.
A fronte di questi gravi problemi non manca la proposta della
Giunta di rendere omaggio solenne nel Teatro Traiano agli 85
reduci dalla guerra di Libia, che vengono festeggiati il 1 giugno.
Un altro avvenimento patriottico si verifica ad ottobre, quando
viene consegnata la bandiera di combattimento alla torpediniera
"Garibaldino", alla presenza di numerose autorità tra
cui Ricciotti Garibaldi.
In una conferenza tenuta nello Stabilimento Termale Traiano,
Luciano Orlando, presidente della Società Italiana
d'Incoraggiamento all'Industria Nazionale, sostiene l'utilità di
fondare anche a Civitavecchia una scuola industriale che verrà
istituita a febbraio dell'anno seguente.
Il 26 ottobre si tengono le prime votazioni a suffragio
universale, con le donne ancora escluse, e gli elettori passano da
9.855 a 24.066. Carlo Calisse esce ancora una volta vittorioso,
grazie anche al segreto contributo nell’urna dei voti degli
anarchici, in odio al candidato socialista Volpi.
Il 16 novembre, dopo innumerevoli discussioni, è finalmente
inaugurata l'Associazione Agraria di Civitavecchia.
A gennaio del 1914 il problema dello Stabilimento Termale è al
suo epilogo giacché viene acquistato da una società privata. La
città è in piena espansione e si sente la necessità di
estendere l’illuminazione elettrica, in sostituzione di quella a
gas, affidata alla Società Volsinia.
Il porto raggiunge l'insperato traguardo di 671.768 tonnellate di
movimento mercantile e 73.374 passeggeri imputabili all'espansione
di Roma, al mercato di Terni e alle comunicazioni con la Sardegna.
Il Sindacato dei corrispondenti prende l'iniziativa di costituire
un comitato per offrire la bandiera di combattimento al
sommergibile "Guglielmotti", opera del concittadino
Cesare Laurenti, padre del sommergibile italiano.
Un’assemblea di cittadini, tra cui il Calisse, dà vita alla
Associazione Liberale cittadina.
Il 1914 tuttavia è un anno più difficile dei precedenti, perché
alla diffusa disoccupazione e ai conflitti sociali si aggiunge,
come in tutta Italia, con lo scoppio della guerra, il pericolo di
una seria carestia. Nello stesso anno in città apre lo sportello
della Banca d'Italia.
L'8 gennaio del 1915 il vapore postale "Città di
Cagliari" viene intercettato e fermato da un
cacciatorpediniere francese alla ricerca di eventuali passeggeri
tedeschi, ma accertatane l'assenza riprende il viaggio verso il
nostro porto. I prodromi della Grande guerra si fanno sentire sul
mare ma la vita continua in città tanto che in quei giorni viene
inaugurato il Politeama su Viale Garibaldi, dedicato al marchese e
senatore Giacinto Guglielmi.
Il Consiglio comunale è alle prese con il rincaro del pane e
acquista farina da fornire ai panificatori per calmierarne il
prezzo. Alla fine di febbraio una violentamareggiata distrugge
ancora una volta il Pirgo.
A maggio, durante il suo viaggio da Genova a Roma, Gabriele
D’Annunzio si ferma a Civitavecchia dove ripete le sue vibranti
parole a favore di un intervento dell'Italia a fianco delle
Potenze dell'Intesa. Dopo il suo comizio, tenuto davanti alla
Stazione ferroviaria, si verificano scontri tra pacifisti,
anarchici e socialisti e gli interventisti, fra cui primeggiano i
nazionalisti.
Il 24 maggio l'Italia entra in guerra contro l'Austria-Ungheria,
saranno quattro anni di sanguinose e feroci battaglie, che
costeranno ai contendenti migliaia di morti e feriti.
Civitavecchia, come tutte le città italiane, piangerà la morte
di molti dei suoi figli, circa duecento. La città è lontana dal
fronte terrestre ma è lo stesso in prima linea sul mare, in
pericolo è la linea di navigazione con la Sardegna, insidiata dai
sottomarini tedeschi ed austriaci. Il 4 febbraio del 1918 è
affondato, ad ovest della Sardegna, la nave “Caprera”. Pochi
giorni dopo, il 17 marzo, i sommergibili tedeschi vantano una
nuova preda: il “Tripoli”, postale sulla rotta Golfo Aranci
– Civitavecchia, è colpito pochi minuti dopo la partenza dal
porto sardo. Oltre 200 le vittime, 180 i superstiti. Scampa
all’agguato tedesco il postale “Bengasi”, partito da
Civitavecchia. Contro le insidie dei sottomarini degli Imperi
centrali, è collocata a Civitavecchia dalla fine del 1917, due
squadriglie di idrovolanti. Baraccamenti ed aviorimessa sono
collocati di fronte al lato nord del Forte Michelangelo, ove uno
scivolo fissato al bordo della banchina ne permette il varo. Il 3
giugno 1918 perde la vita Fortunato Bonifazi, brigadiere dei
vigili del fuoco, che interviene eroicamente, all’interno della
Darsena, per spegnere l’incendio scoppiato a bordo di due Mas,
carichi di proiettili; per il suo coraggioso gesto è insignito
della medaglia d’oro al valore civile. Altro eroe
civitavecchiese è il capitano di fanteria Italo Stegher, medaglia
d’oro alla memoria, per l’eroismo dimostrato sui campi di
battaglia della Bainsizza.
Anche se tutto il Paese è impegnato duramente nel conflitto, la
vita civile continua. Nel 1916 il dottore Ernesto Del Greco
diventa sindaco. I consigli comunali sono il luogo istituzionale
dove le dure condizioni di vita a cui è soggetta la popolazione
emergono. Il problema più grave è la penuria di cibo, già
lamentata prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Il Comune
assume diversi provvedimenti per alleviare il diffuso disagio dei
cittadini, si ricorre all’acquisto diretto di vettovaglie, che
provoca un abbassamento dei prezzi anche sul libero mercato. Altra
recriminazione avanzata in Consiglio, è la grave penuria di
dottori, quasi tutti richiamati al fronte, ridotti ad un solo
medico condotto. Chiaramente sul fronte delle opere pubbliche, vi
è un naturale ristagno, dovuto all’enorme sforzo finanziario di
tutta la Nazione. Sono pertanto rinviati al futuro la costruzione
della terrazza sull’Arsenale berniniano, la realizzazione della
linea ferroviaria con Orte.
A Civitavecchia non tutti sono a favore della guerra:
l’anarchico Augusto Milo, dal 17 aprile 1917, è inviato al
confino per la sua attività antimilitare, nelle carte della
polizia, è indicato come segretario del Comitato di Azione
anarchica internazionale, che si adopera per il sabotaggio in
tutta Europa delle attività militari. Sono i prodromi del Biennio
rosso che sconvolgerà l’Italia alla fine della guerra,
conclusasi il 4 novembre 1918, con la vittoria sugli
Austro-Ungarici.
Per favorire lo sviluppo della portualità italiana, il Governo
istituisce il 9 febbraio 1919 diciannove enti portuali, fra cui
quello di Civitavecchia. Per lo scalo tirrenico sono concessi
fondi per 8 milioni di lire, assolutamente insufficienti per i
bisogni urgenti del nostro porto. Solo quattro anni dopo, nel
1922, la locale Camera di commercio, presieduta da Francesco
Cinciari, individua in 55 milioni, la somma necessaria per i
lavori di ampliamento del porto.
L’estate del 1919 vede tutta Italia sconvolta da scioperi,
agitazioni e sommosse contro il carovita. Gli anarchici e
socialisti civitavecchiesi scendono in piazza il 5 luglio, con
scontri con le forze dell’ordine. Si segnalano anche aggressioni
contro i reparti militari presenti in città. Sono le premesse del
sanguinoso scontro che vedrà soccombere i partiti democratici di
fronte al movimento fascista di Benito Mussolini.
Il 21 aprile è costituito ufficialmente il Fascio di
Combattimento di Civitavecchia, per iniziativa di Guglielmo
Pollastrini, inviato di Bottai, Vincenzo Loy e Filippo Di Gennaro.
La città il 19 e 20 maggio 1921 assiste a feroci scontri tra le
parti in lotta, tre comunisti restano sul terreno; i partiti
democratici proclamano lo sciopero generale. Per vendetta è
minato il rimorchiatore “Labor”, di proprietà del Cinciari,
fiancheggiatore del fascismo.
Nel luglio del 1921 numerosi anarchici, socialisti e comunisti
della città, si organizzano e creano la locale sezione degli
Arditi del Popolo, movimento antifascista ben deciso a rispondere
alla brutalità fascista con pari violenza. Capi del movimento
sono Vincenzo De Fazi, dirigente del movimento anche a livello
nazionale, Vincenzo Benedetti, Giuseppe Fioretti e Benedetto
Salerni. La sezione civitavecchiese degli Arditi si distingue a
livello nazionale per il gran numero d’iscritti, stimati in 800
membri, per il ricco armamento e per la tenace resistenza opposta
agli attacchi delle squadre fasciste.
Il 18 marzo 1922 i portuali civitavecchiesi incrociano le braccia
come i loro colleghi degli altri scali, per protestare contro le
violenze fasciste subite dai facchini napoletani.
L’estate del 1922 vede le dimissioni di Pietro Scala da sindaco,
impostegli dalla maggioranza massimalista del Consiglio, contraria
al suo omaggio alla Famiglia reale in visita a Civitavecchia.
Il 5 agosto le squadre fasciste non riescono ad occupare la città
visto il rifiuto del sottoprefetto a favorirli e la reazione delle
forze antifasciste. Raggiungono il loro intento un mese dopo,
quando i fascisti guidati dal segretario del Fascio laziale, Gino
Calza Bini, dal 3 settembre mettono sotto assedio Civitavecchia
per una settimana, chiedendo le dimissioni dell’Amministrazione
socialista. Alla fine il 9 settembre, gli assediati, che lamentano
la morte di 5 di loro, devono accordarsi con le camicie nere nella
sottoprefettura, accettando le dimissioni della Giunta. La guida
della città è affidata l’11 settembre ad un commissario
prefettizio.
Il 27 ottobre ventimila squadristi sono bloccati fra Civitavecchia
e Santa Marinella: i militari della Divisione Roma hanno tagliato
i binari della ferrovia e posto blocchi stradali sull’Aurelia,
in obbedienza agli ordini diramati dal Ministero dell’Interno. A
Santa Marinella è di base la Colonna “Lamarmora”, comandata
dal generale Santi Ceccherini, in cui sono riuniti gli squadristi
della Toscana; a Civitavecchia le squadre fasciste sono dirette
dal giovane Carlo Sforza, l’ultimo segretario nel 1943 del
Partito Nazionale Fascista (PNF).
Dopo la decisione di Vittorio Emanuele III di non firmare lo stato
d’assedio, le camicie nere hanno la strada aperta per Roma. Il
30 Mussolini, nel viaggio verso Roma, convocato dal re per formare
il nuovo governo, sosta nella stazione di Civitavecchia. Il 31 i
fascisti civitavecchiesi sfilano per Roma, ormai “conquistata”
da migliaia di squadristi.
I primi anni del regime fascista infliggono gravi colpi
all’autonomia della città: il 24 marzo 1923 è soppresso il
Tribunale; il 18 aprile 1926 tutte le Camere di Commercio sono
soppresse e sostituite dai Consigli provinciali dell’economia.
Così chiude, dopo quasi un secolo di intensa attività, la Camera
di Commercio di Civitavecchia, guida e promotrice dell’economia
cittadina. Ma il colpo più duro arriva nei successivi mesi del
1926: ad agosto è abolita la Sottoprefettura ed alla fine del
1926 nasce la Provincia di Viterbo, nella quale il 2 gennaio 1928
sono inseriti, dopo alcuni tentennamenti, i comuni di Tarquinia,
Montalto di Castro e Monte Romano, da sempre inclusi nel
circondario civitavecchiese.
Finiscono così le secolari illusioni di promozione politica dei
Civitavecchiesi, che ancora oggi tentano invano di realizzare il
sogno di diventare capoluogo di provincia.
Nel 1923 i fascisti assumono direttamente la guida
dell’Amministrazione comunale con Francesco Cinciari,
imprenditore e pubblicista, che nel luglio 1927 è nominato primo
podestà della città. Dal dicembre 1925 al giugno 1927, per
dissidi interni, il Cinciari deve lasciare l’incarico di sindaco
ed è sospeso dal Partito fascista ma ben presto riesce a
ritornare a galla, riportando una netta vittoria sui suoi
avversari, riunendo in sé nel 1929 le cariche di podestà e
segretario del PNF.
Un notevole impulso alla crescita economica e sociale della città,
è rappresentato dal trasferimento a Civitavecchia nei primi mesi
del 1923, proveniente da Oriolo, del Comando delle Scuole Centrali
Militari; delle scuole centrali di fanteria, artiglieria e genio.
Tramite esse transitano per Civitavecchia migliaia di ufficiali
delle tre armi dell’Esercito per completare il loro
addestramento, preludio di quello che accadrà nel secondo
dopoguerra con la Scuola di Guerra. Molti dei militari arrivano
con le famiglie, c’è urgenza di nuovi alloggi, il commercio si
incrementa, c’è bisogno di nuove e migliori scuole per i figli
degli ufficiali. La crescita demografica della città determina un
notevole sviluppo edilizio: in via Buonarroti, via Antonio da
Sangallo (oggi via Calisse), via Bernini vengono costruiti i
villini destinati al ceto impiegatizio; in via XVI Settembre le
case popolari. Nel 1927 è redatto un “piano regolatore” in
cui viene fotografata la nuova città: cresciuta dagli 11 ettari
del 1866, ai 57 ettari compresi nella cinta bastionata dei
francesi, ai 210 ettari attestati nel documento. Si prevede la
divisione della città in zone e rioni. Nuove strade e piazze sono
aperte. Un fiorire edilizio che solo pochi anni dopo sarà
completamente annullato in una manciata di minuti dai
bombardamenti degli aerei anglo-americani.
Ma oltre di case, i nuovi abitanti hanno bisogno anche di scuole
per i loro figli: nel 1924 è posta la prima pietra della scuola
elementare di via Buonarroti intitolata ad Alessandro Cialdi,
negli anni successivi è inaugurata anche la scuola di via XVI
Settembre, dedicata a Cesare Laurenti. Agli inizi del Ventesimo
secolo Civitavecchia nel campo dell’istruzione superiore vanta
l’Istituto Tecnico “Guido Baccelli”, nato nel 1913, e la
Scuola Tecnica “Luigi Calamatta”, fondata nel 1871, che nel
1929 è trasformata in Scuola Secondaria di Avviamento
professionale a tipo industriale con un sensibile incremento delle
iscrizioni.
Per completare l’offerta scolastica nel 1932 è inaugurato il
Regio ginnasio, che dall’anno successivo è intitolato a Padre
Alberto Guglielmotti. Nel 1935 è aperto anche il Liceo, con sede
nel fabbricato che era stato destinato a Punto Franco.
A questi istituti si affianca la Scuola Marittima di Civitavecchia,
fondata nel 1920. La scuola è divisa in due sezioni: la sezione
padroni marittimi al comando, quella dei meccanici motoristi.
Direttore della scuola è il capitano Nicola Fusco. Un aspetto
poco conosciuto della Scuola Marittima è la frequentazione delle
sue aule per quattro anni da parte di un gruppo di studenti ebrei.
Infatti dal dicembre 1934 alla primavera del 1938 decine di
studenti ebrei, provenienti soprattutto dall’Europa orientale,
frequentano le aule situate al Molo di San Teofanio. Gli studenti
effettuano anche alcune crociere nel Mediterraneo. Ma le prime
avvisaglie delle leggi razziali, entrate in vigore nel settembre
1938, mettono fine all’esperimento di collaborazione fra il
movimento sionista e il regime fascista.
Un sogno lungamente atteso dalla città si realizza finalmente il
1 novembre 1928, nel sesto anniversario della Marcia su Roma, con
l’inaugurazione della linea ferroviaria Civitavecchia-Orte, che
è aperta al regolare esercizio solo un anno dopo. Se i primi
progetti risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, è solo
nel 1918 con la costituzione della “Società Elettro-Ferroviaria
italiana” e la firma nel 1919 della convenzione con il Governo
che il progetto inizia a diventare realtà, permettendo
l’apertura dei cantieri nel 1922.
Nel 1929 la sede comunale è trasferita alla Rocca, restaurata
sotto la guida dell’architetto Hermanin, mentre la vecchia sede
dell’Amministrazione in Piazza Vittorio Emanuele, è adibita a
Casa del Fascio.
Nell’ambito portuale, il 10 ottobre 1929 è sciolta la Società
Cooperativa Nazionale dei Lavoratori del Porto di Civitavecchia,
fondata nel 1897, ed è sostituita dalla Compagnia Portuale
Fascista “Roma” con 545 soci. La continuità fra i due enti è
assicurata dal console Ettore Gagliardi, in carica
ininterrottamente dal 1906 al 1936, quando è sostituito da Romolo
Pernici. Il Gagliardi, in ottimi rapporti con il Cinciari, è
considerato l’unico in grado di imbrigliare la collera dei
lavoratori. All’interno della cooperativa si susseguono nei
primi anni del governo fascista decine di espulsioni a carico dei
tanti soci “sovversivi”, di coloro che non si piegano al nuovo
regime. L’introduzione della Milizia portuale acuisce lo stato
di “militarizzazione” dello scalo. Nel 1930 Vincenzo De Fazi
si adopera con successo, insieme ad Otello Gargiullo, presso il
gerarca fascista Gino Calza Bini per far reintegrare negli
organici della Cooperativa Portuale Fascista “Roma” i tanti ex
Arditi espulsi dopo l’avvento del regime mussoliniano. I
fascisti sono consapevoli che il porto è il “polmone di
Civitavecchia” e che per assicurare la tranquillità della città
è necessario che i portuali restino calmi, essendo la classe più
attiva della cittadinanza.
Il porto vive un periodo di intensa crescita dei traffici: se nel
1925 il tonnellaggio lavorato è 695.000, nel 1930 è 1.068.000
tonnellate; nel 1935 raggiunge le 1.269.000 tonnellate, il massimo
dei traffici per gli anni Venti e Trenta è registrato nel 1937
con 1.288.000 tonnellate. I lavori svoltisi nel biennio 1928-29
raddoppiano la capacità ricettiva del porto, dotata dello scalo
ferroviario interno. Nel 1928 è costruito il Molo Littorio, che
alla fine della Seconda guerra mondiale sarà dedicato al Vespucci.
Nel 1937 si riesce a potenziare il porto istallando due grandi gru
elettriche. All’interno dello scalo è la Società Terni a
determinare i prezzi ed influenzare le scelte del Consiglio del
Lavoro Portuale, forte della gran massa di carbone e rottami di
ferro che movimenta nel nostro porto. Per i lavoratori portuali
fissi, in continuo calo, i compensi diminuiscono notevolmente, il
ricorso agli occasionali ed ai lavoratori in nero permette al
padronato di tenere bassissime le tariffe. Le condizioni di vita
diventano sempre più difficili, tanto che nel 1939 il dirigente
fascista del Sindacato portuali denuncia la diffusione fra di loro
della tubercolosi, a causa dei malsani alloggi da loro abitati.
Le carte della polizia, conservate negli archivi, testimoniano il
meticoloso ed opprimente regime di sorveglianza a cui sono
sottoposti centinaia di antifascisti a Civitavecchia: sono decine
i condannati al confino, gli ammoniti, i diffidati. Su una
popolazione residente di 22.592, censimento del 1921, i
sorvegliati dalla polizia sono oltre 200, un dato alquanto
indicativo, pari circa all’1% degli abitanti.
Ma l’antifascismo a Civitavecchia è soprattutto rappresentato
dal carcere di Porta Tarquinia: centinaia di prigionieri politici
sono racchiusi nell’antico penitenziario pontificio. I nomi più
significativi della resistenza al regime mussoliniano sono qui
racchiusi o transitano per le sue celle: Sandro Pertini, Umberto
Terracini, Gian Carlo Pajetta, Vittorio Foa, solo per ricordare
alcuni dei nomi più rappresentativi fra i detenuti a
Civitavecchia. All’interno del carcere i detenuti politici
organizzano una “università” in cui si studia, si discute, si
organizza il futuro, si gettano le basi di un’Italia libera, che
in quei giorni e in quelle celle appariva solo un sogno
irrealizzabile.
Uno dei problemi più sentiti da parte della cittadinanza è la
penuria dell’acqua, a cui si era portata parziale soluzione con
l’acquedotto di Oriolo nel 1904. Negli anni che vanno dal 1927
al 1930 sono installati due nuovi acquedotti che pescano nel
Mignone. Tale nuovo flusso idrico è soprattutto utilizzato nel
campo industriale.
Ed è nel campo industriale che Civitavecchia, nella primavera del
1930, raggiunge una significativa tappa: è inaugurato lo
stabilimento per la produzione dell’allumina, dal quale si
ottiene successivamente l’alluminio. Lo impianta nella nostra
città la Società Anonima Prodotti Chimici Napoli, con capitali
americani. All’inaugurazione dell’opificio e della città-giardino
costruita per gli operai e gli impiegati, presenzia il grande
inventore Guglielmo Marconi.
Il bolognese, premio Nobel per la fisica, è molto legato alla
nostra città. Da parecchi anni ne frequenta il porto con il suo
yacht “Elettra”, che qui si incendia nell’agosto del 1930.
Frequenta la locale sezione dei radioamatori ed è a Villa
Odescalchi che nasce il 20 luglio 1930 sua figlia Elettra. La
Marina gli affida i laboratori di Torre Chiaruccia, dove studia ed
esperimenta i principi della radio localizzazione (radar). La città
lo omaggia assegnandogli la cittadinanza onoraria e dedicandogli,
dopo la morte avvenuta nel 1937, la bella terrazza costruita a
copertura dell’Arsenale berniniano, destinato a spazio
commerciale.
Al 31 dicembre del 1931 la popolazione residente nel Comune di
Civitavecchia, con le frazioni di Santa Marinella e Ladispoli,
ammonta a 30.148 abitanti. Questi dati documentano pertanto un
incremento record della popolazione civitavecchiese del 33% sui
dati del 1921. Le scuole militari, i nuovi insediamenti
industriali e commerciali, determinano l’arrivo di molti
impiegati ed operai, attirati dalla possibilità di lavorare in
città.
Il 7 febbraio 1932 Ilario Cordelli assume la carica di podestà,
succedendo, dopo una breve gestione commissariale, a Cinciari.
Anche lui lascerà, come il predecessore, una precisa relazione
della sua attività amministrativa.
Il 3 marzo 1932 Pio XI nomina vescovo di Tarquinia e Civitavecchia
monsignore Luigi Drago, che sostituisce Emilio Cottafavi,
insediatosi nel 1926. Il Cottafavi, benefattore della città per
aver chiamato i Salesiani affidandogli l’assistenza spirituale
dei giovani civitavecchiesi, muore pochi mesi prima del 30 maggio
1931, quando i fascisti civitavecchiesi assaltano e distruggono le
sedi dei locali circoli cattolici, in sintonia con quanto succede
in tutta Italia. Il vescovo Drago, nei primi mesi della sua
missione, organizza nel settembre 1933 il 2° Congresso
eucaristico regionale del Lazio, che vede la nostra città invasa
da migliaia di fedeli. A lui si deve inoltre la costituzione di
due nuove parrocchie: i “S.S. Martiri Giapponesi” eretta nel
1937 per il territorio a sud della città che si estende fino ai
confini con la vicina Diocesi di Porto e Santa Rufina (Santa
Marinella), compreso il nuovo quartiere di Campo dell’Oro, che
in quegli anni si popola con l’arrivo di molti immigrati che si
costruiscono da soli piccole case. Da un’altra parte della città,
nelle zone dette del “Pozzolano” e del “Nuovo Paese”, è
realizzato un nuovo quartiere e vi si erige, nel 1942, la
parrocchia del “Sacro Cuore”.
Fra i lavori pubblici che vengono effettuati nel periodo fascista,
segnaliamo il Campo sportivo, iniziato nel 1935 ed inaugurato nel
1936, dove la “Civitavecchiese” arriva a giocare per alcuni
anni nella serie C. Lo sport a Civitavecchia, oltre al calcio, è
pugilato (gli olimpionici Carlo Saraudi, Vittorio Tamagnini),
ciclismo, canottaggio, motociclismo, nuoto.
Nel 1936 assume la carica di podestà, l’avvocato Ernesto Del
Greco, nipote dell’omonimo sindaco nel 1916, che ricopriva negli
anni passati la carica di segretario del locale Partito fascista.
Del Greco rimane alla Rocca fino alla caduta del fascismo.
Lo scoppio della Guerra civile spagnola nel 1936 convince Paolo
Antonini, muratore anarchico, ad espatriare e ad unirsi alle
Brigate Internazionali che combattono per la salvaguardia della
Repubblica contro la Falange di Franco e i suoi alleati fascisti e
nazisti. Gli avvenimenti spagnoli creano fermento
nell’antifascismo civitavecchiese: la polizia segnala nei suoi
rapporti riunioni di “sovversivi” nelle osterie, altri
tentativi di espatrio.
Con la conquista dell’Etiopia nel 1936, nel giudizio di buona
parte della storiografia, il regime fascista raggiunge il culmine
del suo “consenso” popolare. Dopo aver raggiunto questa vetta,
per il fascismo inizia il declino. A Civitavecchia gli anni che
vanno dal 1936 al 1939 registrano una grave crisi occupazionale ed
economica. Ne fanno le spese 167 operai dipendenti della Società
Industrie Minerarie e Chimiche che alla fine del 1938, dopo due
anni senza salario, sono licenziati. Nel 1937 chiude la mensa del
Fascio che distribuiva pane e ministra ogni giorno a 600
bisognosi. In quell’anno sono censiti 700 disoccupati, il numero
degli sfratti è in continuo aumento, gli impiegati a reddito
fisso e i piccoli proprietari hanno difficoltà ad arrivare alla
fine del mese. Anche i continui richiami alle armi diffondono
inquietudine nella cittadinanza. Oltre per il diffuso malessere
sociale, il movimento fascista a Civitavecchia perde terreno a
causa anche dell’arroganza e della gratuita violenza esercitata
dai responsabili locali del PNF, nei confronti sia dei ceti più
ricchi, a cui estorcono in continuazione denaro, sia nei confronti
dei ceti più popolari, che vessano con incontrollata violenza.
L’8 maggio del 1938, nella campagna fra Civitavecchia e Santa
Marinella, Mussolini ed Adolfo Hitler assistono alle manovre
militari condotte dai reparti italiani, il duce vuole
impressionare il suo ospite con la potenza del Regio esercito.
Qualche mese dopo, a settembre, un gruppo di portuali
civitavecchiesi si reca in viaggio nell’amica Germania per
visitare gli impianti portuali di quella nazione.
Il 10 giugno 1940 l’Italia di Mussolini entra in guerra contro
la Francia e la Gran Bretagna. Naturalmente lo scalo
civitavecchiese risente dello stato bellico, il traffico portuale
si riduce considerevolmente: nel 1938 sono lavorate 1.215.000
tonnellate; l’anno seguente c’è il primo decremento,
1.017.000 tonnellate; il 1940 registra 758.000 tonnellate
lavorate. Gli anni successivi registrano il crollo dei traffici
portuali: nel 1941 entrano in porto 611.000 tonnellate; nel 1942
scendono a 401.000 tonnellate; nel 1943 si raggiungono le 149.000
tonnellate, 39.000 nel 1944. Solo nel 1945 la tendenza si inverte
toccando le 530.000 tonnellate.
La guerra colpisce duramente la popolazione: come nel resto
d’Italia i generi alimentari iniziano drammaticamente a
scarseggiare, la polizia segnala nel 1941 la scomparsa quasi
totale del pesce nel mercato civitavecchiese, accaparrato a caro
prezzo dai commercianti romani. La situazione peggiora nel 1942,
la carne, le uova, il latte diventano una ricercata rarità.
Le carte della polizia politica registrano per i primi mesi del
1943 numerosi episodi di “sovversivismo”: scritte, volantini
contro la guerra e il regime fascista sono all’ordine del
giorno. Si richiede di intensificare la sorveglianza sugli
elementi sovversivi, l’Ovra ne segnala oltre cinquanta, fra cui
i fratelli Salerni, Fernando Barbaranelli, Manlio Luciani,
Amilcare Urbani. Gli ultimi due, con altri 17, sono arrestati nei
primi giorni di maggio. Altri arresti si susseguono nelle
settimane successive. Il regime mostra sempre nuove crepe, il
crollo del “fronte interno” a Civitavecchia, come in tutta
Italia, procede con ritmo costante ed inesorabile.
14 maggio 1943, ore 15.20: per quindici minuti 48 Fortezze volanti
americane (i B 17) seminano distruzione e morte su Civitavecchia.
Il calcolo dei morti per difetto è di circa 400, i feriti oltre
300. I danni alla città ingentissimi, sono distrutti fra gli
altri: la Capitaneria, i Comandi della Marina e delle Scuole
Militari, la caserma dei Vigili del Fuoco, la Banca d’Italia, la
Cassa di Risparmio e il Credito Italiano, l’Albergo delle Terme.
Moltissimi altri edifici sono gravemente danneggiati. Il porto è
inagibile, 6 piroscafi e numerosi altri scafi sono affondati,
altre imbarcazioni danneggiate.
Interrotte le linee ferroviarie con Tarquinia ed Orte, le linee
telegrafiche, telefoniche edelettriche, le condutture del gas e
dell’acqua. La popolazione scappa, si rifugia nei paesi vicini,
i negozi chiusi; lontani dalla città, i civitavecchiesi
affrontano per lunghissimi mesi dolorose privazioni e indicibili
sacrifici: scarsezza di alloggi, penuria di cibo, problemi a cui
cercano di offrire soluzione più gli abitanti dei paesi ospiti
che le autorità del luogo.
Il martirio della città continua per oltre un anno, impossibile
racchiudere in poche righe le decine di date dei bombardamenti.
Ricordiamo il 30 agosto 1943, il 21 novembre 1943, il 16 dicembre
1943 (è bombardato anche il Cimitero). Nel mese di maggio 1944 se
ne susseguono 6 con l’ultimo il 22 maggio 1944. Pochi giorni
dopo, l’8 giugno 1944, le truppe americane entrano in una
Civitavecchia spettrale, devastata ed annientata al 95% nei suoi
edifici pubblici e privati. La Chiesa di Santa Maria, l’antica
Rocca, la Cattedrale, il quartiere medioevale sono completamente
rasi al suolo. Una storia millenaria è spazzata via, la memoria
del proprio passato disintegrata: il Museo civico, l’Archivio
storico, la Biblioteca, lo stesso Cimitero riportano danni
irrecuperabili. Solo le vecchie cartoline, gelosamente
collezionate dai tanti appassionati, permette di rivivere la
scomparsa città.
Nell’anno che va dal maggio 1943 al giugno 1944, quando
Civitavecchia è liberata dalla V Armata americana, la città è
abbandonata dalla quasi totalità delle forze dell’ordine, pochi
carabinieri, poliziotti, finanzieri e vigili urbani, in tutto 27,
sorvegliano le rovine della città dove gli sciacalli saccheggiano
le poche case rimaste in piedi e frugano fra le macerie, anche
l’ospedale civile subisce continue razzie e devastazioni. La
sede comunale è trasferita a Santa Marinella, si susseguono 6
commissari prefettizi, alcuni dei quali accusati di continue
malversazioni a danno dell’amministrazione. I tedeschi occupano
la città e minano il poco rimasto ancora in piedi. Con il ritorno
di Mussolini a duce della RSI, si rimette in piedi una sezione
fascista, ma con scarso successo. Nei paesi dove sono sfollati i
civitavecchiesi, si organizzano bande partigiane, la cui azione è
concentrata nel sabotare e rendere sempre più critica la presenza
delle truppe tedesche nel nostro circondario.
Con l’arrivo degli Alleati si rimette in piedi
un’amministrazione provvisoria della città, in cui lentamente
affluiscono gli sfollati. Per qualche settimana vi è posto a capo
il dottor Giusto Manunta, pretore del Mandamento. Ad agosto il
locale Comitato di Liberazione Nazionale designa sindaco
provvisorio Pietro Scala, che ritorna alla guida della città dopo
22 anni. Vista la distruzione della Rocca, la sede del comune è
provvisoriamente collocata nella ex sede della GIL, al Piazzale
del Pincio (dove è ancora oggi).
Inizia in città una campagna di epurazione dei compromessi con il
regime fascista: alla direzione della Compagnia Portuale, al posto
di Romolo Pernici, nel novembre 1944, è collocato il socialista
Pietro Biferali, altri impiegati sono allontanati; lo stesso
accade negli stabilimenti di Aurelia e dell’Italcementi. In
quest’ultimo stabilimento le maestranze riescono a rimettere in
funzione gli impianti in 45 giorni; ottengono considerevoli
aumenti salariali. Anche nell’ambito portuale, i lavoratori
conquistano miglioramenti nelle tariffe.
Sfamare e dare un tetto alla popolazione è il problema quotidiano
degli amministratori; il 1 marzo 1945 2.000 fra donne e ragazzi
assaltano la Casa comunale rivendicando l’aumento della razione
del pane. L’intervento dei carabinieri e una distribuzione
straordinaria di patate sedano per il momento la folla. I problemi
sono ulteriormente aggravati dalla presenza in città e nelle
campagne di profughi e militari sbandati, prevalentemente sardi,
che attendono un passaggio per rientrare sull’isola. Gli
sbandati si organizzano in bande che assaltano gli agricoltori,
razziando bestiame ed altri prodotti.
Il 25 aprile 1945 il CLNAI proclama l’ordine di insurrezione
generale, Mussolini fugge da Milano e viene catturato e fucilato
pochi giorni dopo. Il 2 maggio le truppe tedesche presenti in
Italia firmano la resa. Per il nostro Paese è la fine della
guerra.
Civitavecchia piange centinaia di morti fra civili e militari. Più
di quattrocento persone sono vittime dei bombardamenti; oltre 200
i caduti nelle forze armate sui vari fronti terrestri e marini;
Aldo Francesco Chiricozzi e Antonio Margioni sono trucidati alle
Fosse Ardeatine; Renato Posata è fucilato a Palidoro; Paolo
Antonini è ucciso nel 1942 dai francesi collaborazionisti di
Vichy; venti i civitavecchiesi uccisi perché aderenti alla
Resistenza; nelle file della Repubblica Sociale Italiana i
civitavecchiesi caduti sono almeno 22; Ernesto Mari, guardia
carceraria a Trieste, è gettato nelle foibe.
Per queste immense perdite umane e materiali Civitavecchia ha
ricevuto recentemente la medaglia d’oro al Valor civile e la
medaglia d’argento al Valore militare.
Il 31 marzo 1946 si svolgono le elezioni amministrative a cui
partecipano per la prima volta le donne: il PSI e il PCI ottengono
13 consiglieri ciascuno, la DC 12, uno ciascuno PRI e Partito
d’Azione. Il 23 aprile Renato Pucci è eletto sindaco con 21
voti alla guida di un’amministrazione PCI – PSI – DC. Stessa
netta affermazione i tre partiti la riportano il 2 giugno alle
elezioni politiche. Al Referendum istituzionale è schiacciante la
vittoria dell’opzione repubblicana: 13.114 voti contro i 6.031 a
favore della monarchia.
Per Civitavecchia inizia un lungo percorso di ricostruzione e di
rinascita in tutti i campi del vivere civile, che forse ancora
oggi non si è completamente concluso.
B I B L I O G R A F I A
M I N I M A
- Antigono Frangipani, Istoria dell’antichissima città di
Civitavecchia, 1761.
- Pietro Manzi, Stato antico ed attuale del porto città e
provincia di Civitavecchia, 1837.
- Vincenzo Annovazzi, Storia di Civitavecchia, 1853.
- Carlo Calisse, Storia di Civitavecchia, 1898.
- Civitavecchia, “Vedetta imperiale sul mare latino”, 1932.
- Salvatore Bastianelli, Centumcellae, 1954.
- Francesco Cinciari, Per il Porto di Civitavecchia dal 1870 ad
oggi, 1954.
- Mirella Scardozzi, Civitavecchia tra Resistenza e Ricostruzione,
1978.
- Vittorio Vitalini Sacconi, Gente, Personaggi e Tradizioni a
Civitavecchia. Dal Seicento all’Ottocento, 1982.
- Francesco Correnti, Chome lo papa uole, 1985.
- Odoardo Toti, La città medioevale di Centocelle (854-1462),
1988.
- Odoardo Toti, Storia di Civitavecchia, Dalle origini agli albori
dell’età moderna. Da Traiano a Paolo II. 1992.
- A. Maffei, F. Nastasi, F. Mattei, a cura di, Immagini di
Civitavecchia, 1993.
- Francesco Correnti, a cura di, Obiettivo Civitavecchia. 1943-
1993, 1993.
- Odoardo Toti, Storia di Civitavecchia. Da Sisto IV a Pio VI,
1996.
- Odoardo Toti, Centocelle. La città leonina di Centumcellae.,
1997.
- Carlo De Paolis, a cura di, La Cassa di Risparmio di
Civitavecchia nel 150° anniversario della fondazione. 1847 –
1997. 1997.
- Ettore Brancato, Raul Di Gennaro, Glorie di Civitavecchia,
Civitavecchia, 1998.
- Carlo De Paolis, a cura di, Il Tribunale di Civitavecchia,
passato e futuro. 2000.
- Odoardo Toti, Enrico Ciancarini, Storia di Civitavecchia. Da Pio
VII alla fine del Governo pontificio. 2000.
- Odoardo Toti, Enrico Ciancarini, Storia di Civitavecchia. L’età
liberale. Dal 1870 al 1915, 2003.
www.societastoricacivitavecchiese.it
- 2005
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